Programma di formazione per l’Ottavo Centenario di Sta. Elisabetta d’Unghería
(1207-2007)
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Secondo anno: L’ASPETTO SPIRITUALE |
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Mese 1. Tradizioni culturali e familiari. Nel primo programma di formazione, abbiamo riflettuto sull’aspetto umano di Elisabetta e su ciò che significò la chiamata a lasciare la sua casa paterna. Questo anno vogliamo mattere a fuoco il significato che queste esperienze assumono per le nostre vite e per la nostra spiritualità secolare. Elisabetta fu strappata da tutto quello che conosceva da bambina e fu mandata in Germania, a casa del suo futuro sposo. Tutti noi, in qualche momento della nostra vita, abbiamo sperimentato qualche forma di sradicamento. Viviamo in un’epoca di mobilità, in cui la gente può spostarsi verso nuove città, finanche verso nuovi continenti, per trovare migliori opportunità. Altri sono stati costretti a lasciare la propria terra a causa di guerre, povertà o oppressione. Che questo avvenga per ragioni volontarie o no, lasciarsi dietro tutto quello che si conosce è un’esperienza piena di incertezze, stringimento e finanche paura, solitudine o pentimento.. Elisabetta vide il suo inserimento nella nuova casa come volontà di Dio sulla sua vita. Dunque possiamo chiederci se anche noi vediamo la nostra esperienza di sradicamento come segno della mano di Dio e se riconosciamo e accettiamo le opportunità che questo ci offre. Accetto le situazioni e la gente che incrocio nel mio cammino come inviati da Dio, che mi danno il coraggio e la possibilità di farmi forte attraverso la sua presenza? Certamente Elisabetta deve essersi sentita sola e anche piena di nostalgia per la sua patria, però ella trasformò questa esperienza in compassione verso gli altri. Faccio anch’io lo stesso con la mia solitudine? Elisabetta conservò il ricordo della sua patria e dei suoi costumi mentre imparava e adottava la lingua e i costumi del suo nuovo focolare. Sono consapevole della eredità culturale della mia famiglia e dei suoi costumi? Quali dei loro valori spirituali possono arricchire la mia vita e la cultura che mi circonda? Potremmo estendere molto di più queste riflessioni. Uno dei nostri doveri come francescani secolari consiste nel portare l’amore di Dio al mondo che ci sta intorno. Come vediamo quelli che ci stanno vicino e appartengono ad altre culture o che sono stati sradicati dai loro focolari, benché siano immigrati, lavoratori stranieri, persone sole o famiglie in cerca di nuove opportunità? Li accettiamo e cerchiamo di aiutarli affinché si sentano integrati? Mostriamo rispetto per le loro culture? Li invitiamo a far parte della nostra comunità o della nostra fede, inclusa la nostra parrocchia?
Sacra scrittura Tutto il libro di Ruth offre spunti di riflessione su questa materia. Parla delle difficoltà della immigrazione in terra di Israele. E’ la storia di una donna israelita chiamata Naomi, che lasciò il suo paese per la fame, e di sua nuora Ruth. Per amore, Ruth seguì la suocera ebrea nel ritorno in Israele, adottò la religione ebraica e si risposò nella sua nuova patria. Esodo 23:9 - "Non opprimerai lo straniero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’ Egitto". Luca 13:29 (cf. Matt. 8:11) – "Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio". Dalla Regola dell’Ordine Francescano Secolare n. 13: "Come il Padre vede in ogni uomo i lineamenti del suo Figlio, primogenito di una moltitudine di fratelli, i Francescani Secolari accolgano tutti gli uomini con animo umile e cortese, come dono del Signore e immagine di Cristo".
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