PRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS

 

PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE

 

SCHEDA MENSILE

 

                   MAGGIO 2011 – ANNO 2 – No. 17

SEZIONE I: TEMA MENSILE

Tema : Elementi e aspetti dell’evangelizzazione (EN nn. 17-23)

Commenti, estratti e questionario di Ewald Kreuzer OFS

Nell’esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi” (1975), Paolo VI sviluppa chiaramente il concetto di evangelizzazione con importanti elementi e aspetti che scaturiscono dal concilio Vaticano II (1962-1965), specialmente i documenti “Lumen gentium”, “Gaudium et spes” e “Ad gentes”. Sarebbe utile studiare di nuovo questi documenti e confrontarli con i contenuti della “Evangelii nuntiandi”

17. Concetto di evangelizzazione. Nell'azione evangelizzatrice della Chiesa, ci sono certamente degli elementi e degli aspetti da ritenere. Alcuni sono talmente importanti che si tende ad identificarli semplicemente con l'evangelizzazione. Si è potuto così definire l'evangelizzazione in termini di annuncio del Cristo a coloro che lo ignorano, di predicazione, di catechesi, di Battesimo e di altri Sacramenti da conferire. Nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell'evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino di mutilarla. È impossibile capirla, se non si cerca di abbracciare con lo sguardo tutti gli elementi essenziali. Questi elementi chiaramente sottolineati durante il menzionato Sinodo, vengono ancora approfonditi, di questi tempi, sotto l'influsso dei lavori sinodali. Siamo lieti che essi si collochino, in fondo, nella linea di quelli a noi trasmessi dal Concilio Vaticano II, soprattutto nelle Costituzioni «Lumen Gentium», «Gaudium et Spes», e nel Decreto «Ad Gentes».

18. Rinnovamento interiore Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell'umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità stessa: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5; cfr 2 Cor 5,17; Gal 6,15). Ma non c'è nuova umanità, se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo (cfr Rm 6,4) e della vita secondo il Vangelo (cfr Ef 4, 24-25; Col 3,9-10). Lo scopo dell'evangelizzazione è appunto questo cambiamento interiore e, se occorre tradurlo in una parola, più giusto sarebbe dire che la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama (cfr Rm 1,16; 1 Cor 1,18; 2,4), cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l'attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l'ambiente concreto loro propri.

19. Trasformazione attraverso la potenza del Vangelo. Strati dell'umanità che si trasformano: per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza.

20. Evangelizzare le culture. Si potrebbe esprimere tutto ciò dicendo così: occorre evangelizzare - non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici - la cultura e le culture dell'uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione «Gaudium et Spes», partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio. Il Vangelo, e quindi l'evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture, Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l'evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna. La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l'incontro con la Buona Novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata.

21. Testimonianza di vita. Ed essa deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d'uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella. Vi è qui un gesto iniziale di evangelizzazione. Forse tali domande saranno le prime che si porranno molti non cristiani, siano essi persone a cui il Cristo non era mai stato annunziato, battezzati non praticanti, individui che vivono nella cristianità ma secondo principii per nulla cristiani, oppure persone che cercano, non senza sofferenza, qualche cosa o Qualcuno che essi presagiscono senza poterlo nominare.

Altre domande sorgeranno, più profonde e più impegnative; provocate da questa testimonianza che comporta presenza, partecipazione, solidarietà, e che è un elemento essenziale, generalmente il primo, nella evangelizzazione. A questa testimonianza tutti i cristiani sono chiamati e possono essere, sotto questo aspetto, dei veri evangelizzatori. Pensiamo soprattutto alla responsabilità che spetta agli emigranti nei Paesi che li ricevono.

22. Testimonianza della parola di vita. Tuttavia ciò resta sempre insufficiente, perché anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata - ciò che Pietro chiamava «dare le ragioni della propria speranza» (1 Pt 3,15), - esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c'è vera evangelizzazione se il nome, l'insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati.

La storia della Chiesa, a partire dal discorso di Pietro la mattina di Pentecoste, si mescola e si confonde con la storia di questo annuncio. Ad ogni nuova tappa della storia umana, la Chiesa, continuamente travagliata dal desiderio di evangelizzare, non ha che un assillo: chi inviare ad annunziare il mistero di Gesù? In quale linguaggio annunziare questo mistero? Come fare affinché esso si faccia sentire e arrivi a tutti quelli che devono ascoltarlo? Questo annuncio - kerigma, predicazione o catechesi - occupa un tale posto nell'evangelizzazione che ne è divenuto spesso sinonimo. Esso tuttavia non ne è che un aspetto.

23. Dinamismo dell’evangelizzazione. L'annuncio, in effetti, non acquista tutta la sua dimensione, se non quando è inteso, accolto, assimilato e allorché fa sorgere in colui che l'ha ricevuto un'adesione del cuore. Adesione alle verità che, per misericordia, il Signore ha rivelate. Ma più ancora, adesione al programma di vita - vita ormai trasformata - che esso propone. Adesione, in una parola, al Regno, cioè al «mondo nuovo», al nuovo stato di cose, alla nuova maniera di essere, di vivere, di vivere insieme, che il Vangelo inaugura. Una tale adesione, che non può restare astratta e disincarnata, si rivela concretamente mediante un ingresso visibile nella comunità dei fedeli. Così dunque, quelli, la cui vita si è trasformata, penetrano in una comunità che è di per sé segno di trasformazione e di novità di vita: è la Chiesa, sacramento visibile della salvezza (Lumen gentium 1, 9.48; Gaudium et spes 42, 45; Ad gentes 1, 5). Ma, a sua volta, l'ingresso nella comunità ecclesiale si esprimerà attraverso molti altri segni che prolungano e dispiegano il segno della Chiesa. Nel dinamismo dell'evangelizzazione, colui che accoglie il Vangelo come Parola che salva (cfr Rm 1,16; 1 Cor 1,18 ), lo traduce normalmente in questi gesti sacramentali: adesione alla Chiesa, accoglimento dei Sacramenti, che manifestano e sostengono questa adesione mediante la grazia, che conferiscono.

Domande per la riflessione e il dialogo in fraternità

1.      Cosa significa “evangelizzare” per la Chiesa?

2.      Perché è importante evangelizzare le culture? E in qual modo può avvenire l’“inculturazione del Vangelo?

3.      I francescani secolari come possono “evangelizzare” le persone, specialmente quelli che sono stati battezzati ma non sono praticanti o quelli che sono alla ricerca di un senso per la loro vita? In che modo possiamo essere ispirati dall’esempio di san Francesco?

SEZIONE II: SPIRITUALITA’ E DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Domenica della Divina Misericordia, beatificazione di Giovanni Paolo II

Riflessione, sintesi e questionario di Fr. Amando Trujillo Cano TOR

Domenica 1° maggio 2011 sarà un giorno memorabile, per i cattolici e per molti altri: Giovanni Paolo II sarà dichiarato beato dal suo successore Benedetto XVI nella basilica di San Pietro a Roma, la città che lo ha visto e lo ha ascoltato nell’esercizio del suo eccezionale ministero apostolico, svolto per 26 anni e 168 giorni. Durante questo periodo il papa di felice memoria ha visitato 129 differenti Paesi in 104 viaggi internazionali, e 259 città e paesi in Italia durante 146 viaggi, per una distanza equivalente a 29 giri intorno alla Terra. La data scelta per questa dichiarazione ufficiale è la festa della Divina Misericordia (II domenica di Pasqua), estesa alla Chiesa universale dallo stesso Giovanni Paolo II il 30 aprile 2000, in occasione della canonizzazione della suora polacca Maria Faustina Kowalska. Il papa morì il 30 aprile 2005, vigilia della domenica della Divina Misericordia. Nell’omelia durante la Messa per la suddetta canonizzazione, il venerabile papa parlò delle “vie della misericordia” come un tema centrale offerto dalla Parola di Dio proclamata in quel giorno, l’ultimo dell’Ottava di Pasqua. Naturalmente egli fece anche alcuni riferimenti alla straordinaria esperienza spirituale di suor Faustina. Disse tra l’altro:

E' importante allora che raccogliamo per intero il messaggio che ci viene dalla parola di Dio in questa seconda Domenica di Pasqua, che d'ora innanzi in tutta la Chiesa prenderà il nome di "Domenica della Divina Misericordia". Nelle diverse letture, la liturgia sembra disegnare il cammino della misericordia che, mentre ricostruisce il rapporto di ciascuno con Dio, suscita anche tra gli uomini nuovi rapporti di fraterna solidarietà. Cristo ci ha insegnato che "l'uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma è pure chiamato a «usar misericordia» verso gli altri: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia (Mt 5, 7)" (Dives in misericordia, 14). Egli ci ha poi indicato le molteplici vie della misericordia, che non perdona soltanto i peccati, ma viene anche incontro a tutte le necessità degli uomini. Gesù si è chinato su ogni miseria umana, materiale e spirituale. Il suo messaggio di misericordia continua a raggiungerci attraverso il gesto delle sue mani tese verso l'uomo che soffre. E' così che lo ha visto e lo ha annunciato agli uomini di tutti i continenti suor Faustina, che nascosta nel suo convento di Lagiewniki, in Cracovia, ha fatto della sua esistenza un canto alla misericordia: Misericordias Domini in aeternum cantabo. (Omelia del Santo Padre Giovanni Paolo II, Cappella Papale per la canonizzazione della beata Maria Faustyna Kowalska, Domenica, 30 Aprile 2000).

 

Karol Jozef Wojtyla è rinomato per così tante ragioni che è impossibile descriverle in una breve riflessione come questa. Poiché questa sezione della scheda mensile cerca di evidenziare la relazione tra la spiritualità cristiana e l’impegno sociale dei francescani secolari, vogliamo richiamare il suo contributo dato alla Dottrina Sociale della Chiesa e alcuni messaggi indirizzati alla dirigenza internazionale dell’OFS.

Circa il suo contributo allo sviluppo dell’insegnamento cattolico sociale è giusto menzionare le sue encicliche sociali, divenute pietre miliari per tale processo. La sua prima enciclica sociale ebbe come titolo Laborem Exercens (“Sul lavoro umano”) e fu pubblicata nel 1981. Essa tratta della dignità e dei diritti dei lavoratori ed è stata redatta in occasione del 90° anniversario dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. La seconda enciclica sociale aveva come titolo Sollicitudo Rei Socialis (“Sulle questioni sociali”) e fu realizzata nel 1987, a 20 anni dalla Populorum Progressio di Paolo VI. La terza enciclica sociale fu la Centesimus Annus e fu pubblicata nel 1991, nel centenario della Rerum Novarum. Essa analizzava la condizione sociale alla luce della caduta del comunismo. Tra le altre, è importante menzionare l’ undicesima enciclica, dal titolo Evangelium Vitae, scritta nel 1995, che trattava questioni come l’aborto, eutanasia, esperimenti sugli embrioni, e altri attentati alla vita umana, ma anche la sua sacralità e dignità.

Per quanto riguarda i rapporti di Giovanni Paolo II con l’OFS, ricordiamo che i suoi incontri con la dirigenza internazionale rappresentano importanti punti di riferimento per ricercare i modi per realizzare la vocazione di francescani secolari nel mondo e nella Chiesa di oggi. Ecco ciò che disse nel 1982 ai membri del Conisglio generale dell’OFS:

Accanto poi ai valori evangelici, ma pur insiti in essi, emergono dalla medesima Regola, con caratteri incisivi, i valori umani, per i quali, voi vi assumete, come cittadini della città terrena e, nello stesso tempo, come cristiani, impegni temporali e sociali, intendendo così di essere fermento nelle realtà terrene, nelle quali vi sentite, per vocazione profonda, come in casa vostra, come in un campo proprio e nativo. Memori che in voi, per il battesimo, c’è un sacerdozio regale, ritenete per certo che nessuno può proibirvi l’ingresso in ogni realtà terrena, sociale, umana, essendo, proprio voi, chiamati a dare un’anima cristiana ed umana a tutte queste cose. Accettate poi l’invito, da me rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, perché al lavoro umano sia riconosciuta la sua dignità che ha davanti a Dio e perché, nelle presenti gravi circostanze, sia concesso ad ogni uomo di realizzare se stesso e di poter collaborare serenamente all’opera della creazione ed al bene della società con un lavoro degno dell’uomo (cf. Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 24) [Discorso di Giovanni Paolo II ai membri del Consiglio Generale dell'Ordine Francescano Secolare, Lunedì, 27 settembre 1982].

Richiamiamo infine alcune parole di esortazione fatte ai Capitolari dell’OFS nel 2002:

La Chiesa attende dall'Ordine Francescano Secolare, uno e unico, un grande servizio alla causa del Regno di Dio nel mondo di oggi. Essa desidera che il vostro Ordine sia un modello di unione organica, strutturale e carismatica a tutti i livelli, così da presentarsi al mondo quale "comunità di amore" (Regola OFS 26). La Chiesa aspetta da voi, Francescani Secolari, una testimonianza coraggiosa e coerente di vita cristiana e francescana, protesa alla costruzione di un mondo più fraterno ed evangelico per la realizzazione del Regno di Dio... Se veramente siete spinti dallo Spirito a raggiungere la perfezione della carità nel vostro stato secolare, "sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalistica e di una religiosità superficiale" (Novo millennio ineunte, 31). Occorre impegnarsi con convinzione in quella "misura alta della vita cristiana ordinaria" a cui ho invitato i fedeli al termine del Grande Giubileo del 2000 (Ibid.). [Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti al Capitolo Generale del Terz’Ordine Francescano Secolare, venerdì, 22 novembre 2002]

Spiritualità dei fedeli laici; agire con prudenza

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn. 545-548)

Questa scheda continua con la presentazione del cap. 12 del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, dal titolo: Dottrina sociale e impegno dei fedeli laici.Consideriamo questa volta i nn. 545-548 che comprendono i seguenti temi: Spiritualità del fedele laico e Agire con prudenza. Questi temi si inseriscono bene in ciò che brevemente abbiamo ricordato di Giovanni Paolo II circa gli insegnamenti sociali della Chiesa e le esortazioni indirizzate all'OFS. Egli magistralmente ha armonizzato la fede con le realtà terrestri, i valori del vangelo con i valori umani, il sacerdozio regale dei laici con la loro missione sociale. Attraverso profonde riflessioni teologiche e intense analisi sociali, egli ha sviluppato ciò che il Compendio definisce un'autentica spiritualità laicale. Il suo impegno per la pace, la vita umana,  la famiglia, la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale radicati nei valori del Regno di Dio, rappresentano un'avvincente testimonianza del suo ardente desiderio di permettere pienamente entrare Cristo nella vita dei credenti, nella Chiesa e nel mondo.

b) La spiritualità del fedele laico

545 I fedeli laici sono chiamati a coltivare un'autentica spiritualità laicale, che li rigeneri come uomini e donne nuovi, immersi nel mistero di Dio e inseriti nella società, santi e santificatori. Una simile spiritualità edifica il mondo secondo lo Spirito di Gesù: rende capaci di guardare oltre la storia, senza allontanarsene; di coltivare un amore appassionato per Dio, senza distogliere lo sguardo dai fratelli, che si riescono anzi a vedere come li vede il Signore e ad amare come Lui li ama. È una spiritualità che rifugge sia lo spiritualismo intimista sia l'attivismo sociale e sa esprimersi in una sintesi vitale che conferisce unità, significato e speranza all'esistenza, per tante e varie ragioni contraddittoria e frammentata. Animati da tale spiritualità, i fedeli laici possono contribuire, « come un fermento alla santificazione del mondo quasi dall'interno, adempiendo i compiti loro propri guidati da spirito evangelico, e così... manifestare Cristo agli altri prima di tutto con la testimonianza della propria vita ».

546 I fedeli laici devono fortificare la loro vita spirituale e morale, maturando le competenze richieste per lo svolgimento dei propri doveri sociali. L'approfondimento delle motivazioni interiori e l'acquisizione dello stile appropriato all'impegno in campo sociale e politico sono frutto di un percorso dinamico e permanente di formazione, orientato anzitutto a raggiungere un'armonia tra la vita, nella sua complessità, e la fede. Nell'esperienza del credente, infatti, « non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall'altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell'impegno politico e della cultura ».

La sintesi tra fede e vita richiede un cammino scandito con sapienza dagli elementi qualificanti dell'itinerario cristiano: il riferimento alla Parola di Dio; la celebrazione liturgica del Mistero cristiano; la preghiera personale; l'esperienza ecclesiale autentica, arricchita dal particolare servizio formativo di sagge guide spirituali; l'esercizio delle virtù sociali e il perseverante impegno di formazione culturale e professionale.

c) Agire con prudenza

547 Il fedele laico deve agire secondo le esigenze dettate dalla prudenza: è questa la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. Grazie ad essa si applicano correttamente i principi morali ai casi particolari. La prudenza si articola in tre momenti: chiarifica la situazione e la valuta, ispira la decisione e dà impulso all'azione. Il primo momento è qualificato dalla riflessione e dalla consultazione per studiare l'argomento richiedendo i necessari pareri; il secondo è il momento valutativo dell'analisi e del giudizio sulla realtà alla luce del progetto di Dio; il terzo momento, quello della decisione, si basa sulle precedenti fasi, che rendono possibile il discernimento tra le azioni da compiere.

548 La prudenza rende capaci di prendere decisioni coerenti, con realismo e senso di responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni. La visione assai diffusa che identifica la prudenza con l'astuzia, il calcolo utilitaristico, la diffidenza, oppure con la pavidità e l'indecisione, è assai lontana dalla retta concezione di questa virtù, propria della ragione pratica, che aiuta a decidere con assennatezza e coraggio le azioni da compiere, divenendo misura delle altre virtù. La prudenza afferma il bene come dovere e mostra il modo con cui la persona si determina a compierlo. Essa è, in definitiva, una virtù che esige l'esercizio maturo del pensiero e della responsabilità, nell'obiettiva conoscenza della situazione e nella retta volontà che guida alla decisione.

Domande per la riflessione e il dialogo in fraternità

1.      Come sperimenti la misericordia nella tua vita di francescano secolare?

2.      Cosa ti impressiona di più circa la chiamata di Giovanni Paolo II ad essere fermento nelle realtà terrene?

3.      Come descriveresti un'autentica spiritualità laicale?