Ordine Francescano Secolare

Ordo Franciscanus Sæcularis

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PRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS

PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE

 

SCHEDA MENSILE

 

OTTOBRE 2012 – ANNO 3 – No. 34

 DOC

 

UNA VOCAZIONE SPECIFICA PER UNA MISSIONE PARTICOLARE

di Benedetto Lino OFS

Dossier preparato dalla Commissione Formazione permanente CIOFS

Ewald Kreuzer OFS, coordinatore

P. Amando Trujillo-Cano TOR

Doug Clorey OFS

 

LA NOSTRA MISSIONE: LA MISSIONE DELLA CHIESA

In questo fasciculo, che comprende una parte della relazione tenuta da Benedetto Lino nel Capitolo Generale del 2012 a Sao Paulo del Brasile, ricordiamo il carisma specifico di san Francesco nella vita e nella missione della Chiesa. La missione della Chiesa e la missione dei Francescani secolari non sono missioni differenti. Sarebbe utile esaminare di nuovo ciò che la Regola e le Costituzioni dell’OFS dicono circa la natura e le direttive esenziali della nostra missione.

 

La Nostra Missione: La Missione Della Chiesa

La nostra missione è LA MISSIONE DELLA CHIESA, della Chiesa tutta intera. “Francesco va, ripara la mia casa”, tutta la casa e non solo una parte.

La nostra Regola esordisce proprio con la natura di questa missione “… rendere presente il carisma del comune padre serafico san Francesco nella vita e nella missione della Chiesa.” E la missione della Chiesa è evangelizzare: Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. (Evangelii Nuntiandi, 14)

Evangelizzati: conformati a Cristo, come Francesco.

Per evangelizzare: portare il Cristo al mondo: … si facciano testimoni e strumenti della missione della Chiesa tra gli uomini, annunciando Cristo con la vita e con la parola. (Reg. 6)

Portare Il Cristo Totale

Ma quale Cristo dobbiamo portare al mondo?

Ce lo indica con forza profetica, il Cardinale Roger Etchegaray nella sua omelia del 9 aprile 2000, in occasione del Grande Giubileo dei Francescani:

E oggi, all’alba di un nuovo millennio, l’avventura francescana ha ancora un senso, ha ancora qualche probabilità di successo? Mai la vera fraternità è stata al tempo stesso tanto auspicata e così poco vissuta. Mai il carisma francescano è stato più attuale per offrire il Cristo totale a un mondo scoppiato che ha paura di una fraternità solidale di tutti gli uomini senza esclusione.

E’ il Cristo totale, tutto il Cristo, ogni aspetto del Cristo, che noi francescani, come Francesco, dobbiamo portare in noi e offrire al mondo!

Le aree del servizio a cui siamo chiamati sono, quindi, illimitate ed esigenti.

 

Una Missione Totale

Il Crocifisso di san Damiano ha affidato a Francesco una missione inequivocabile: Va’ Francesco, ripara la mia casa. «Ripara la mia casa» si riferisce nel modo più estensivo e totalizzante a tutta la casa, a “qualsiasi cosa” abbia bisogno di essere riparata nella Casa-Chiesa-Corpo-di-Cristo. Non vi sono limiti.

Questo è il compito a cui siamo chiamati, come Francesco, con Francesco e con tutta la sua Famiglia1 e, mediante la Regola, la Chiesa ci affida formalmente questa missione:

Ispirati a S. Francesco e con lui chiamati a ricostruire la Chiesa, si impegnino a vivere in piena comunione con il Papa, i vescovi e i sacerdoti in un fiducioso e aperto dialogo di creatività apostolica” (Reg 6).

“L’OFS, come associazione pubblica internazionale, è legato con un vincolo particolare al Romano Pontefice da cui ha avuto l’approvazione della Regola e la conferma della sua missione nella Chiesa e nel mondo” (Cost. Gen. 99.2).

La nostra Regola e le nostre Costituzioni ci offrono le piste essenziali per la nostra missione che, pur non discostandosi da quanto, in effetti, si chieda a tutti i veri cristiani indistintamente, offrono spunti di grande profondità mettendo in luce cosa la Chiesa pensa di noi, del nostro ruolo e cosa Essa si aspetta da noi. Si vedano in particolare: Reg. 6, 10, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19 e Cost. Gen. 12 e 17-27.

La brevità di questo intervento non ci permette di approfondire questi aspetti come meriterebbero e vi invito con forza a riprendere in mano la Regola e le Costituzioni per fare una lettura meditata e approfondita di questi articoli.

La nostra missione è, infine, ciò che la Chiesa gerarchica, universale e locale, ci indicherà di volta in volta, a partire dalle sue necessità contingenti, in virtù della missione che siamo chiamati a svolgere in nomine Ecclesiae, come Associazione Pubblica di Fedeli Internazionale (CIC 313), in un fiducioso e aperto dialogo di creatività apostolica.

Aperti E Cattolici

Francesco nient’altro voleva per sé e i suoi fratelli se non di essere “cattolici”, aperti, universali, espressione autentica del Dio che, per amore, esce dal seno della sua vita trinitaria, per incarnarsi, immedesimandosi nella profondità dell’essere con le sue creature; espressione del Dio che si è reso interpellabile, cessando di essere il “tutt’altro”, per diventare solo “l’altro”, il Padre, il Fratello, l’Amore senza condizioni.

Uomini E Donne Di Comunione

Francesco è l’uomo della comunione per eccellenza, è l’uomo che della fraternità consegnataci da Gesù Cristo ha fatto il centro della sua vita.

Francesco intesse legami di comunione tra tutti e tutto, le creature animate e inanimate. La sua missione specifica è stata, ed è, perciò, quella di riportare tutti e tutto all’unità di Cristo, di distruggere i ghetti, gli steccati, di riportare all’umiltà, alla povertà, alla castità, all’obbedienza di Cristo al Padre, di farci sentire la bellezza dell’essere veramente figli del Padre e fratelli universali.

Noi abbiamo ereditato la stessa missione generale di Francesco e, sopra ogni cosa, dobbiamo cercare lo Spirito Santo e la sua santa operazione, come Francesco, ed essere catalizzatori di comunione, distruttori di steccati, modelli esemplari di umiltà, di obbedienza, di castità, di povertà, ricondurre tutto all’unico alveo che è Cristo, con e nella Sua Chiesa, spingendo tutti a riconoscersi fratelli gli uni per gli altri.

Come ci vuole il Signore, Come ci vuole la Chiesa? Ci vogliono santi !

Ci vogliono diversi, sì, ma diversi per santità, una santità che ricalchi da vicino quella di San Francesco, anticonformisti, coraggiosi, appassionati. Diversi perché cristiani totali, come Francesco.

La Chiesa conta su di noi.

Abbiamo appena ricordato il Messaggio del beato Giovanni Paolo II al Capitolo Generale OFS del 2002: La Chiesa aspetta, la Chiesa desidera, la Chiesa attende…

E la Chiesa ha espresso sempre chiaramente cosa si aspetta da noi.

“E fate, figli di San Francesco, che quanti accusano la Chiesa d’aver polarizzato il suo centro d’interesse in altri aspetti del cristianesimo, dottrinali, cultuali o pratici, che non in Cristo Gesù, possano ravvisare in cotesto Santo «vir catholicus, totus apostolicus» e nei suoi figli fedeli seguaci, che ne perpetuano la testimonianza, la prova del « primato in ogni cosa » (Col 1, 18) della regalità che la Chiesa confessa e celebra per Nostro Signore Gesù Cristo.”

Ed ancora:

“Altri seguirà altra via; la vostra è quella … dell’anticonformismo. Non abbiate disdegno delle forme del vostro stile francescano; purché portate con dignitosa semplicità, esse possono riassumere l’efficacia d’un linguaggio libero e audace, tanto più atto a impressionare il mondo quanto meno consono agli imperativi del suo gusto e della sua moda.” (Paolo VI al Cap. OFM 22 giugno 1967)

“Essere francescani non significa presentarsi con un particolare distintivo o indossare una speciale divisa, ma avere una singolare magnanimità, libertà di spirito, capacità di oltrepassare schemi e frontiere, solidarizzando con chiunque ha bisogno di comprensione e di amore. Il seguace di Francesco non può essere settario, iconoclasta, razzista, belligerante, ma ovunque passa deve seminare la serenità e la fiducia, in una parola la pace e il bene.”2

Occorre passione, una passione grande, come quella di Francesco:

“L’OFS ha una grande missione nella Chiesa, una ragione per vivere e offrire la vostra vocazione, assumendo un impegno concreto e consono alla vostra secolarità. Occorre: Assumere il passato con gratitudine, Vivere il presente con passione, Preparare il futuro con molta speranza.

Un francescano senza passione è meglio che se ne vada.

Occorre essere attenti e ben svegli per essere profeti oggi. Io solo chiedo che, dovunque vi troviate, più che ascoltare le vostre parole, la gente possa constatare che siete diversi. E’ assolutamente urgente intraprendere una nuova rotta.” (Fr. José R. Carballo OFM)3

Per la riflessione e il dialogo in fraternità

1. Per noi, francescani secolari di oggi, sia a livello individuale che comunitario, cosa significano le parole “va, e ripara la mia casa”?

2. Cosa suggeriscono la Regola e le Costituzioni dell’OFS circa le direttive essenziali per la nostra missione?

3. In che modo tu vedi i francescani secolare chiamati a dare “una nuova direzione”?


1 “La visione d’Innocenzo III, di Francesco che sorregge la basilica lateranense, cioè la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, nella sua espressione storica e centrale, unitaria e gerarchica, e romana, ha divinato la vocazione e la missione della vostra grande famiglia religiosa” (2 Cel. 17), Discorso di Paolo VI al Capitolo Generale dell’Ordine dei Frati Minori, 22 giugno 1967.

2 Ortensio da Spinetoli OFMCap, “Francis: l’Utopia che si fa storia”, p. 13.

3 Fr. José Rodriguez Carballo, Ministro Generale OFM, al Capitolo Generale OFS, novembre 2005, e alla Visita Pastorale alla Presidenza CIOFS, aprile 2006.

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS

PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE

 

SCHEDA MENSILE

 

SETTEMBRE 2012 – ANNO 3 – No. 33

 

DOC)

 

UNA VOCAZIONE SPECIFICA PER UNA MISSIONE PARTICOLARE

di Benedetto Lino OFS

Dossier preparato dalla Commissione Formazione permanente CIOFS

Ewald Kreuzer OFS, coordinatore

P. Amando Trujillo-Cano TOR

Doug Clorey OFS

 

EREDI  DELLA  SUA  MISSIONE

Nel presente numero, Benedetto Lino esorta noi, francescani secolari, a fuggire dalla tendenza “definirci al punto di creare invalicabili linee di demarcazione tra noi e il resto della Chiesa, tra noi e il mondo, vantando presunte, quanto inesistenti, superiorità, senza cullarci sugli allori di Francesco.” Infatti c’è il pericolo di sopravvalutare il nostro essere francescani secolari e di correre il rischio di perdere l’obiettivo principale della nostra vocazione, quello cioè di essere completamente conformi a Cristo, come Francesco.

Eredi Della Sua Missione : Segnale E Riferimento Di Cristianesimo Integrale

E noi, che Dio ha chiamato per essere i continuatori dell’opera di Francesco, eredi della sua missione, come ce la caviamo? Noi, come Francesco, siamo chiamati ad assolvere la sua stessa funzione di segnale, ad essere un punto di riferimento sicuro per un cristianesimo integrale vissuto al 100%, senza confinarci nell’ambito ristretto dei nostri rispettivi Ordini, della Famiglia e della Chiesa.Noi, siamo chiamati a essere cristiani totali, come Francesco. Dobbiamo rifuggire dalla tendenza a voler sempre più “definirci” al punto di creare invalicabili linee di demarcazione tra noi e il resto della Chiesa, tra noi e il mondo, vantando presunte, quanto inesistenti, superiorità, senza cullarci sugli allori di Francesco, memori sempre di ciò che Francesco ci ha rudemente rammentato: “… è grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il semplice raccontarle!”1

Nello sforzo di specificarci troppo, corriamo il rischio di perdere di vista l’obiettivo centrale che è quello di conformarci interamente a Cristo, essere solo e interamente cristiani, con tutta l’intensità della nostra volontà, del nostro cuore e della nostra mente, come Francesco.

Aperti Verso Il Mondo A Servizio Del Vangelo, Con La Chiesa

È necessario, invece, aprirsi al mondo, come Francesco, senza complessi, né di superiorità né d’inferiorità2 ; non chiudersi. Dobbiamo assumere l’atteggiamento della parresìa evangelica, come ci esortava il Card. Rodé, nella sua lettera all’Ordine del 6 maggio 2009.3 Nella nostra Regola e nelle Costituzioni Generali c’è un insistente richiamo a rivolgersi verso il mondo per portarvi il Cristo e la rivelazione dell’amore di Dio, con coraggio e semplicità. La Chiesa ce lo chiede insistentemente:

“Duc in altum! La Chiesa attende dall’OFS … un grande servizio alla causa del Regno di Dio nel mondo di oggi. … La Chiesa desidera che il vostro Ordine sia un modello … così da presentarsi al mondo quale “comunità di amore” (Reg. 22). La Chiesa aspetta da voi, Francescani secolari, una testimonianza coraggiosa e coerente di vita cristiana e francescana, protesa alla costruzione di un mondo più fraterno ed evangelico per la realizzazione del Regno di Dio”.4

In fondo, si tratta di un doveroso richiamo a mettere in pratica quanto abbiamo promesso: “Rinnovo le promesse battesimali e mi consacro al servizio del Regno” (Professione OFS).

Abbiamo assunto un impegno esigente e assoluto con la nostra risposta (la Professione) alla chiamata di Dio, alla nostra Vocazione, una vocazione che informa tutta la vita e l’azione apostolica di tutti e ciascuno di noi.

E invece, molti di noi vivono stancamente ripiegati su se stessi, frequentano unicamente i propri ristretti circoli, altri sembrano sempre impegnati a passare da un convegno all’altro, da una celebrazione all’altra, sempre tra di noi, parlandoci addosso, incapaci di andare nel vasto mondo per assolvere la funzione di Francesco: andare, come il Signore, verso il mondo.

Non saremo più autentici discepoli di Francesco, né diventeremo più santi, restando sempre nelle Chiese di pietra o frequentandoci solo tra noi o vantando le nostre superiorità e specificità.

Francesco, Nostro Punto Di Riferimento Obbligato Per Ripartire Da Cristo.

Francesco ci esorta con la sua vita e il suo esempio ad essere cristiani integrali.

Dobbiamo guardare a Francesco senza i condizionamenti delle mode di oggi per imparare a realizzare la nostra vocazione. Dobbiamo tornare sempre alle origini. Dobbiamo ripartire sempre da Cristo e, noi dobbiamo ripartire sempre da Francesco per imparare a ripartire da Cristo, per essere veri francescani e francescani secolari.

Negli ultimi tempi, invece, c’è una tendenza a prendere le distanze dall’esperienza di Francesco come fondamento irrinunciabile per ogni francescano, quasi che la sua appartenenza al mondo del 13° secolo lo abbia reso poco adatto ai tempi d’oggi. Si preferisce fare riferimento allo sviluppo occorso nel corso dei secoli per riportare i riferimenti a qualcosa di non meglio definito ma che si radica quasi esclusivamente nell’oggi dell’esperienza francescana piuttosto che nel sempre dell’esperienza san-francescana.

C’è in quest’atteggiamento una negazione della perenne attualità e definitiva manifestazione del Cristo e della sua rivelazione del Padre e dell’essenza di Dio. Francesco si riferì a questo modo di rapportarsi con Dio e il suo approccio è di una modernità che non può tramontare. Le forme possono essere quelle di un’epoca con i suoi costumi, ma le espressioni spirituali e gli atteggiamenti di conversione e di approccio a Dio sono sempre uguali.

Prendiamo atto umilmente che dopo 8 secoli non siamo certamente noi, ma Francesco ad attirare anche l’uomo del 21° secolo verso Gesù. Egli è ancora colui che ispira e conduce con la sua semplicità, umiltà e perfetta sequela di Cristo. Non noi! Ormai carichi di sovrastrutture, distrazioni e tiepidezze.

L’oggi di Dio è sempre oggi, non diventa mai ieri, non è superato dalle mode degli uomini. Qui non si tratta di andare scalzi come Francesco, di macerarsi nei digiuni estremi o altre cose simili ma di convertirsi nel profondo e, come uomini e donne del nostro tempo, lasciare che sia lo Spirito del Signore a dirci cosa vuole che io faccia, e ad assecondare con la stessa determinazione di Francesco i moti di questo stesso Spirito.

Ogni spiritualità appartiene a chi la vive in prima persona, a chi la interpreta, e non ad altri, e noi, francescani secolari, la mutuiamo direttamente da Francesco e non da altri, per immetterla, con le sue caratteristiche proprie, nella vita secolare, laica e ordinata. È a Francesco che dobbiamo guardare, innanzitutto. Siamo noi, fratelli e sorelle, coloro che dobbiamo incarnare la spiritualità francescana nella secolarità attingendo direttamente allo spirito di san Francesco.

La nostra è una missione particolare?

Qual è dunque la nostra missione?

Certamente non è particolare, a meno ché non si voglia considerare che la sua particolarità consiste proprio nella sua non particolarità, nella sua omnicomprensività. La parola “particolare” si riferisce a qualcosa che riguarda una parte del tutto e a me sembra, al contrario, che la nostra missione si rivolga, invece, a tutto.

PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

1. Perché è essenziale per i francescani secolari aprirsi al mondo, come ha fatto Francesco?

2. In che modo Francesco è ancora visto come ispiratore e guida di tante persone, specialmente i giovani?

3. Che significa “incarnare la spiritualità francescana nella vita secolare”?

 


1 Amm. VI; FF 155

2 cfr. Regola 13

3 Parresìa: È il parlar chiaro, senza paura e senza tentennamenti, dando testimonianza non accomodante alla Verità evangelica, rendendo ragione della speranza che abita in noi, seminando con umile coraggio il seme della Parola. Cfr. Atti, 28,31. Commento alla Lettera consultabile in www.ciofs.org/Y2009/a9ITrodelet.html.

4 Messaggio al Cap. Gen. OFS del Beato Giovanni Paolo II, 22 novembre 2002

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS
PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE
SCHEDA MENSILE
LUGLIO 2012 – ANNO 3 – No. 31

 

DOC)

VOCAZIONE SPECIFICA PER UNA MISSIONE PARTICOLARE

di Benedetto Lino OFS

Dossier preparato dalla Commissione Formazione permanente CIOFS
Ewald Kreuzer OFS, coordinatore
P. Amando Trujillo-Cano TOR
Doug Clorey OFS

 

INTRODUZIONE

Durante il primo semestre 2012, i fascicoli mensili hanno riportato la relazione principale del Capitolo generale del 2011, svoltosi a San Paolo del Brasile, “Evangelizzati per evangelizzare”, presentata dal P. Fernando Ventura OFMCap. Nel secondo semestre 2012 i fascicoli mensili presenteranno il secondo tema del Capitolo generale: “Una vocazione specifica per una missione particolare”, presentato da Benedetto Lino OFS.

RELATORE

Benedetto Lino OFS è consigliere della presidenza internazionale dell’OFS per l’area di lingua italiana. Vive a Roma ed è coordinatore del Progetto del corso per i formatori della formazione iniziale e del manuale di formazione che accompagna questo corso. E’ importante rilevare che negli ultimi due Capitoli generali si è deciso che la formazione deve essere la priorità del nostro Ordine. Benedetto Lino gira il mondo per tenere seminari e laboratori di formazione.

TEMI

Ciò che segue è una breve panoramica dei temi dei prossimi fasciscoli mensili. I temi di questi fascicoli non corrispondono ai mesi del calendario in cui saranno pubblicati. Ogni fraternità locale perciò è libera di scegliere uno specifico tema in qualsiasi periodo.

1.    Vocazione e missione – dall’“essere” al “fare” (fascicolo di luglio)

“Evangelizzati per evangelizzare” e “Vocazione e missione” sono due temi strettamente connessi tra loro e in un certo senso sono due modi per esprimere uno stesso concetto.

2.    Lo specifico della nostra vocazione (fascicolo di agosto)

La nostra specifica vocazione è francescana e secolare e, come tale, si richiama a Francesco d’Assisi e alla sua vocazione. Quindi dobbiamo rivolgerci a Francesco se vogliamo comprendere la nostra vocazione specifica.

3.    Eredi della sua missione (fascicolo di settembre)

Come Francesco, siamo chiamati ad adempiere il compito di essere un segno, un sicuro punto di riferimento per la cristianità, da vivere in pienezza al 100%, senza restringimenti di Ordine, famiglia o Chiesa. Siamo chiamati ad essere semplicemente cristiani, come Francesco.

4.    La nostra missione: la missione della Chiesa (fascicolo di settembre)

“Francesco, và e ripara la mia casa” significa riparare l’intera casa, non una parte di essa. La nostra Regola inizia descrivendo la natura della nostra missione: rendere presente il carisma del comune Serafico Padre nella vita e nella missione della Chiesa. E la missione della Chiesa è di evangelizzare.

5.    L’OFS – un Ordine vero (fascicolo di novembre)

“… voi siete, inoltre, un ‘Ordine’ – disse Pio XII – UN ORDINE LAICO, MA UN VERO ORDINE”; anche Benedetto XV aveva parlato già di Ordo veri nominis (un vero Ordine). Il termine medievale “Ordine” esprime l’intima appartenenza alla grande famiglia francescana.

6.    Sommario (fascicolo di dicembre)

VOCAZIONE E MISSIONE – DALL’ ”ESSERE” AL “FARE”

VOCAZIONE: CHIAMATI AD ESSERE EVANGELIZZATI.

MISSIONE: CHIAMATI AD EVANGELIZZARE.

“Evangelizzati per evangelizzare” e “Vocazione e Missione” sono due temi profondamente legati, in un certo senso due modi per dire la stessa cosa. Vediamo il perché.

La Vocazione è la chiamata di Dio ad “essere” ciò che Lui ha preparato per noi.

Egli ci ha creati a sua immagine e somiglianza nel Figlio, il Signore Gesù.

Dio ci chiama ad “essere” conformati a Gesù, “l’uomo perfetto”.

Ora, il Vangelo è l’epifania di Cristo, la sua piena manifestazione. Pertanto, chi dà una risposta in pienezza alla chiamata di Dio (Vocazione) e ha intrapreso un cammino di conformazione a Cristo Gesù, è una persona impegnata ad essere “evangelizzata”. È questo il senso profondo dell’ “essere evangelizzati”.

DALL’ ”ESSERE” AL “FARE”

Dall’ ”essere” scaturisce il “fare”, la Missione. E la missione fondamentale per chiunque si sia posto in cammino per conformarsi a Cristo non può essere che quella di proclamare il Cristo, di trasmettere l’impellenza dell’amore di Dio che abbiamo scoperto e che ha cambiato la nostra vita. Questo è il senso profondo dell’ “evangelizzare”: comunicare Cristo, testimoniarLo, renderlo presente attraverso la nostra vita e il nostro annuncio.1

Ma veniamo al tema che dobbiamo svolgere: VOCAZIONE SPECIFICA E MISSIONE PARTICOLARE.

LA NOSTRA VOCAZIONE È SPECIFICA?

Quando mi hanno affidato questo tema, ho riflettuto a lungo su questi due aggettivi: specifica e particolare.

Prima di tutto ho fatto una ricerca nei nostri documenti fondamentali: la Regola, le Costituzioni Generali e il Rituale.

La parola Vocazione accompagnata dall’aggettivo specifica c’è una sola volta, all’articolo 2.1 delle Costituzioni Generali, mentre la parola Missione accompagnata da particolare non si trova in nessun luogo. Esaminiamo quest’unico passaggio:

La vocazione dell’OFS è una vocazione specifica, che informa la vita e l’azione apostolica dei suoi membri. Perciò non possono far parte dell’OFS coloro che sono legati, mediante impegno perpetuo, ad altra famiglia religiosa o istituto di vita consacrata.

Le affermazioni contenute in questo articolo sono molto pregnanti. Si dice, infatti, che questa vocazione specifica informa (dà forma dentro) la vita (l’essere) e l’azione apostolica (il fare, la missione) dei suoi membri. L’articolo continua affermando che la trasformazione operata dalla vocazione, quando questa venga accolta e vissuta, è di tale portata che non si può far parte di un altro impegno di vita. Se quindi la nostra vocazione è autenticamente francescana, tutta la nostra vita deve prendere una sola forma: quella evangelica francescana e secolare.

Mi sembra importante rilevare che il soggetto agente è la vocazione e non noi. Infatti, non siamo noi che ci diamo da noi stessi la forma (informa) ma è la vocazione che agisce su di noi. È quindi Dio stesso che (come sempre) prende l’iniziativa e ci trasforma.

C’è un solo riferimento alla specificità ma questo mi sembra decisivo, anche se non chiarisce ancora esplicitamente la natura di questa specificità. È essenziale, quindi, comprendere bene in che cosa consista la nostra specificità.

Tuttavia, prima di esaminare quest’aspetto, che è decisivo per noi, è necessario riflettere sulla Vocazione nel suo senso più ampio e omnicomprensivo, perché il concetto di vocazione, e quanto sottende, è spesso mal compreso o addirittura trascurato o banalizzato.

LA VOCAZIONE FONDAMENTALE

Prima e al di sopra di qualsivoglia vocazione specifica c’è una vocazione fondamentale che appartiene alla radice del nostro essere e che raggiunge ogni creatura: È la chiamata di Dio ad essere santi, ad accoglierLo nel Cristo, a lasciarsi “modellare” dallo Spirito per ricongiungersi al Padre e condividere la vita stessa di Dio-Trinità.

Da questa vocazione fondamentale derivano e dipendono tutte le altre specificazioni.

La risposta a questa chiamata e la sua piena realizzazione ci permette già di raggiungere la condizione di cristiani perfetti: è la chiamata del cristiano ordinario.Attenzione, però, ordinario in questo caso non è affatto un termine riduttivo, perché l’ordinario di Dio è la santità. Quindi, realizzando pienamente la vocazione fondamentale, non ci sarebbe bisogno di cercare ulteriori specificazioni per realizzare il progetto di Dio per noi.

Ogni vocazione è una chiamata ad “essere” e a “fare” come aspetti indissolubili che si determinano a vicenda. L’essere è tutto contenuto nella vocazione fondamentale, radicale. Il fare (la missione) scaturisce da questo “essere” e ne determina in certo senso la specificità.2

La vocazione fondamentale, assumendo Cristo come modello, è espropriazione di un’esistenza privata in funzione della salvezza universale: diventare proprietà di Dio, per essere da Lui consegnati al mondo da redimere e venir usati e consumati nell’evento della redenzione. Ogni vocazione è primariamente personale (essere) per poi (a partire da un sì personale a Dio) poter essere usata in maniera funzionale (fare a favore di).3

È chiaro, quindi, che non si può trattare e, meno che mai vivere, una vocazione specifica senza aver compreso, accolto e realizzato la vocazione fondamentale.

Essere cristiano è il fondamento dell’essere francescano e non viceversa.

SPECIFICI PER FORZA? UN CHIARIMENTO ESSENZIALE

Indubbiamente, la nostra vocazione è specifica. Infatti, non siamo gesuiti, o domenicani o carmelitani o focolarini, o altro.

Però, … siamo sicuri che sia proprio necessario essere qualcosa di diverso dall’essere semplicemente Cristiani? L’essere semplicemente Cristiani non conferisce una spiritualità sufficiente per essere santi, per realizzarsi pienamente? Certamente sì !

E’ un discorso difficile questo per noi che siamo abituati a muoverci in un contesto di interminabili etichette religiose di cui noi stessi facciamo parte. In qualche modo, siamo abituati a pensare che se non si appartiene a qualcosa, non siamo nessuno!

Quasi che appartenere soltanto a Cristo e alla Chiesa non bastasse!

Certamente, tutti i movimenti ecclesiali nascono per ispirazione di Dio. Egli li suscita, per rispondere provvidenzialmente alle necessità contingenti della Chiesa e del mondo. Spesso però, dopo la fase iniziale, i movimenti si assestano, si cristallizzano, perdono il contatto con l’ispirazione originaria e tendono a vivere per se stessi in un’isolante autoreferenzialità, creando steccati e distinzioni spesso irriducibili, talvolta vantando anche infondate superiorità e autosufficienze etc.. Allora, alla libertà dello Spirito, che spinge ad aprirsi a tutto e a tutti, subentra la particolarizzazione, la ricerca sempre più marcata di vere o presunte specificità che, di fatto, isolano i movimenti in confini sempre più delimitati, separandoli dal resto, col rischio di trasformarli nei farisei (separati) di oggi. Per molti istituti e movimenti questo è un rischio reale o addirittura una realtà in atto. Nemmeno noi e i nostri fratelli e sorelle della Famiglia Francescana ne siamo immuni.

Voler essere diversi per forza non è un bene per la Chiesa e per noi.

È necessario e urgente, invece, riscoprire il bello dell’essere “cristiani”, semplici cristiani.

“Perché è così difficile seguire il Vangelo?”, domanda un personaggio di un recente serial televisivo italiano su San Filippo Neri. La risposta del santo è disarmante nella sua assoluta verità: “Perché è semplice!”

Siamo ormai abituati alla complessità e questo spesso ci impedisce di cogliere e di accogliere la bellezza della semplicità di Dio, come Francesco.

Provo un certo disagio nel leggere certi libri e sentire conferenze che si affannano a spiegare le nostre profonde differenze dagli altri, a definire il nostro “specifico” che, poi, a ben vedere, risulta essere, sempre e soltanto, quello che Gesù ha chiesto indistintamente a tutti.

Quando chiedo ai miei fratelli e alle mie sorelle: In cosa ci differenziamo dagli altri cristiani? Cosa ci caratterizza come francescani? Dopo il primo smarrimento, vengono le solite risposte: l’umiltà (che spesso non abbiamo, ma di cui ci riempiamo la bocca), la povertà (effettivamente molti sono poveri, ma non sempre per scelta), la minorità (concetto divenuto ormai vago e teorico al quale sono rimasti in pochi a crederci e a realizzarlo) e così via. Quando poi gli chiedo: Ma tutto questo non dovrebbe farlo qualsiasi cristiano? Allora, il silenzio diventa assordante.

La vocazione di Francesco era quella di essere semplicemente cristiano. Egli non cercò mai ulteriori specificazioni se non quella di essere integralmente e perfettamente cristiano. E anche noi dobbiamo comprendere che essere suoi veri discepoli significa essere solo e semplicemente cristiani, come lui.

PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

1.    Come vivi la tua “fondamentale vocazione”, sia a livello individuale sia comunitario?

2.    Come descriveresti la specifica vocazione dell’OFS e di ogni francescano secolare? (Cost OFS 2 e 3).

3.    Noi, francescani secolari, siamo differenti dagli altri cristiani? Se sì, in che modo? Se no, perché?

 

1 “… si facciano testimoni e strumenti della sua missione tra gli uomini, annunciando Cristo con la vita e con la parola”. (Regola OFS 6)
“L’annuncio di Gesù, che è il Vangelo della speranza, sia quindi il tuo vanto e la tua ragion d’essere”. (B. Giovanni Paolo II - Ecclesia in Europa, 45)
“Ciascuno è invitato a “proclamare” Gesù e la fede in Lui in ogni circostanza; “attrarre” altri alla fede, attuando modi di vita personale, familiare, professionale e comunitaria che rispecchino il Vangelo; “irradiare” intorno a sé gioia, amore e speranza, perché molti, vedendo le nostre opere buone, rendano gloria al Padre che è nei cieli (cfr Mt 5, 16), così da venire “contagiati” e conquistati; divenire “lievito” che trasforma e anima dal di dentro ogni espressione culturale”. (Ecclesia in Europa, 48)

2 cfr. Cost OFS 100.3

3 Hans Urs von Balthasar, Vocazione, Ed. Rogate, pag. 23, 2002

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PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE

 

SCHEDA MENSILE

 

AGOSTO 2012 – ANNO 3 – No. 32

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UNA VOCAZIONE SPECIFICA PER UNA MISSIONE PARTICOLARE

di Benedetto Lino OFS

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LA SPECIFICITÀ DELLA NOSTRA VOCAZIONE

La parte di questo mese, riguardante la relazione di Benedetto Lino presentata al Capitolo generale OFS del 2011, considera i tre aspetti della peculiarità della vocazione francescana secolare. La riflessione mette in luce la singolarità della vocazione di san Francesco e quella di tutti i francescani in connessione con la sua fondante e duratura esperienza. Benedetto afferma che se c’è  una ragione specifica per la nostra vocazione di francescani secolari, sicuramente è quella di condividere la chiamata ad essere dei cristiani, come lo è stato Francesco. E’ specifica in quanto si riferisce ad un preciso esempio o modello, appunto san Francesco, che ci mostra come essere cristiani in modo radicale, totale e permanente. Siamo stati affascinati dall’esempio di vita di Francesco e Dio si è servito di lui per condurci ad un modo di vivere cui ci siamo impegnati.

LA SPECIFICITÀ DELLA NOSTRA VOCAZIONE DIPENDE DA FRANCESCO

La nostra vocazione specifica è francescana e secolare e, in quanto tale, essa è strettamente dipendente da Francesco d’Assisi e dalla sua vocazione. Il suo esempio e la sua vita ci hanno attirati. Dio si è servito di lui per condurci ad una forma di vita specifica. Dobbiamo quindi partire da Francesco per comprendere quale sia questa nostra vocazione specifica.

Francesco non ha intrapreso un cammino “specifico” nel senso di essersi “specializzato” in qualcosa di circoscritto. Mi spiego.

San Giovanni Bosco si è occupato di giovani, San Camillo De Lellis, San Giovanni di Dio si sono occupati di ammalati, la Beata Teresa di Calcutta dei poveri abbandonati, le Sante contemplative si sono impegnate nell’immolazione pro mundi vita, nella preghiera contemplativa e così via.

San Francesco non si è “specializzato” in niente. San Francesco si è reso disponibile a tutto (1Cor 9, 22-23). Francesco come prima cosa ha cercato Dio, per trovare se stesso.

Egli ha cercato dunque in primis di rispondere al nucleo fondamentale della sua vocazione primaria (uguale per tutti) che è quella di instaurare un rapporto vivente con Dio, per dare un senso compiuto alla propria esistenza. Lo ha cercato in lunghi periodi di preghiera e contemplazione e, poco a poco, ne ha percepito l’intima essenza, quella di un Dio che è Padre, Abba, un Padre che si è fatto prossimo a noi nel Figlio, nella sua Incarnazione, Vita, Passione, Morte e Resurrezione, in un atto di donazione totale e perenne di Sé, un Figlio che a Lui ci conduce, che ci anima e ci santifica attraverso il suo Spirito.

Ciò ha determinato in lui il desiderio totalizzante di lasciarsi trasformare dallo Spirito per conformarsi a Gesù Figlio e assecondare la vocazione fondamentale di Dio: giungere al Padre nella condivisione della stessa vita di Dio uni-trino.1

Francesco null’altro volle nella sua vita se non vivere di Cristo, in Cristo, di vivere integralmente il Vangelo: in una parola di essere solo e totalmente cristiano, e null’altro. Francesco non ha fatto altro che corrispondere pienamente a ciò che Gesù Cristo ha chiesto, e che chiede sempre, a tutti e a ciascuno, senza distinzioni.

LA NOSTRA VOCAZIONE : VIVERE CRISTO, VIVERE IL VANGELO

Dio ha suscitato Francesco, e la sua triplice famiglia, per la Chiesa e per il mondo affinché il mondo e la Chiesa stessa credessero che è possibile vivere il Vangelo sine glossa, e che è concretamente possibile essere cristiani integrali, senza ulteriori specificazioni.2 Francesco lo ha fatto. E anche noi, suoi discepoli, lo abbiamo solennemente promesso: “… prometto di vivere, nel mio stato secolare, per tutto il tempo della mia vita, il Vangelo di Gesù Cristo nell’OFS.” (Formula della Professione OFS)

La nostra Regola è un susseguirsi incalzante di esortazioni a mettere Cristo al centro della nostra vita, di vivere il Vangelo, cioè Cristo, come Francesco, riconoscendo la Paternità di Dio al quale dobbiamo tendere con tutte le nostre forze e di cui dobbiamo fare la volontà (Regola 4, 5, 6, 7, 10; Cost. Gen. 9, 10, 11, 12). Questo è il cuore della nostra Regola.

Non ci sono prescrizioni particolari o specifiche, ma l’esatto contrario: “La spiritualità del francescano secolare è un progetto di vita incentrato sulla persona di Cristo e sulla sua sequela, piuttosto che un programma dettagliato da mettere in pratica” (Cost. Gen. 9.1).

Sono talmente convinto che la vocazione di Francesco, e la nostra, siano unicamente quella di essere solo e pienamente cristiani, al punto di pensare che Francesco non possa essere molto contento che ci facciamo chiamare “francescani”. Credo che lui avrebbe, di gran lunga, preferito che ci chiamassimo solo “cristiani”. Lui aveva scelto nomi per i suoi discepoli che non distraessero l’attenzione da Cristo e che servissero, invece, a qualificare i tratti distintivi della loro sequela di Cristo: “Frati (fratelli) Minori”: la fraternità e l’essere minori e soggetti a tutti; “Fratelli e sorelle della Penitenza”: la vita fraterna e la conversione permanente; “Sorelle Povere”: la povertà, come segno concreto dell’offerta totale di sé, pro mundi vita.

Oggi, invece, non è infrequente incontrare “francescani” per i quali ‘essere francescani’ è quasi più importante di essere cristiani! Penso che se potesse parlarci oggi, Francesco ci direbbe: “Fratelli e sorelle miei carissimi, per essere miei veri e fedeli discepoli, siate solo cristiani, cristiani integrali, siate solo perfettamente cristiani, come il Buon Dio ha concesso a me di essere per sua sola grazia.”

LO SPECIFICO DELLA NOSTRA VOCAZIONE: ESSERE CRISTIANI TOTALI, COME FRANCESCO

La nostra vocazione è certamente specifica non tanto perché siamo chiamati a esprimere la nostra vita nel secolo, nelle comuni condizioni del mondo, nello stato laicale o ordinato, celibatario o coniugato. Questa vocazione è comune alla stragrande maggioranza dei credenti. Essa è specifica unicamente perché la nostra chiamata contiene in sé un elemento di esemplarità, un modello, uno stile di sequela unico: Francesco.

Questa è la vera, unica specificità della nostra vocazione che ci distingue e ci accomuna: essere cristiani totali come Francesco.

Al di là di questo non vi è nulla di specifico. Anzi, oserei dire che la nostra vocazione è, come quella di Francesco, piuttosto a-specifica. Mi spiego. Cos’è o cosa fa Francesco che non sia interamente ciò che il Vangelo, ciò che Gesù chiede ad ogni credente? Francesco non fa altro che attenersi perfettamente a tutto ciò che Gesù ha chiesto a tutti. Francesco è umile? Gesù ha chiesto l’umiltà ad ogni credente. Francesco è povero? Gesù ha detto per tutti “Beati i poveri”. Francesco è casto? La castità è consigliata a tutti i credenti. Francesco è mite? Gesù lo ha consigliato a tutti. Francesco vive la fraternità? I monaci, i religiosi in genere, i cristiani tutti non vivono (o almeno dovrebbero) la fraternità anche tra di loro?

Possiamo andare avanti così su tutto e vedremo che quanto ha fatto Francesco è esattamente ciò che Gesù chiede a tutti i credenti. Francesco non ha avuto un carisma e una missione contingenti, confinati a un settore specifico ben delimitato. Il suo carisma, la sua vocazione e la sua missione sono “a-specifici”, nel senso che corrispondono a quelli della Chiesa di sempre, della Chiesa di Cristo allo stato più puro e integrale, sono quelli che affondano la propria radice nella sostanza più profonda della vita cristiana in quanto tale senza ulteriori specificazioni. Non si tratta di una via di perfezione riservata a pochi eletti bensì a tutti !

La Lettera ai fedeli3, testo di riferimento fondamentale del francescanesimo secolare e prologo della nostra Regola attuale, ne è una prova evidente. Francesco scrive ai “fedeli penitenti” (De illis qui faciunt penitentiam), quindi a noi, ma per lui, tutti devono incamminarsi sulla via della penitenza-conversione. Francesco ha scoperto il Bene assoluto ed esorta tutti con passione perché scoprano anch’essi che questa è l’unica via per raggiungere la vita, l’unica vera vita: convertirsi per entrare nella comunione del suo e nostro Signore Gesù Cristo, del suo e nostro Padre celeste. L’ideale francescano coincide con la vocazione di tutti i christifideles (e non soltanto laici).4

La nostra vocazione specifica è, dunque: essere cristiani, come Francesco. La nostra grande e unica specificità si compendia in due sole parole: come Francesco. Quel come, però, fa un’immensa differenza. Perché, se è vero che il Cristo ha chiesto a tutti di fare ciò che Francesco fece, è anche vero che Francesco lo fece al massimo grado. La differenza non sta tanto nel fare qualcosa di diverso ma nell’intensità con cui si fanno le stesse cose. Un’intensità che caratterizza Francesco e che diventa paradigmatica e normativa per tutti noi francescani in ogni stato di vita.

“Un primo dato del processo vocazionale di Francesco … è la sua esperienza personale di relazione con Gesù Cristo, relazione che è caratterizzata dalla RADICALITÀ, DALLA TOTALITÀ E DALLA PERMANENZA”. 5

È questa la nostra vocazione: “conformarsi a Cristo”, l’uomo perfetto, e il nostro specifico consiste nel viverla con la stessa intensità con cui Francesco la visse, la stessa totalità con cui si impegnò ad imitare il Cristo totale, con la stessa radicalità che caratterizzò il suo sforzo di trasformazione-conformazione fin dalla radice del suo essere, la stessa permanenza nella quale lui visse questo sforzo.

Francesco, “uomo cristianissimo, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò l’onore di portare nel proprio corpo l’immagine di Cristo visibilmente! (LM XIV, 4; FF 1240). Francesco è l’uomo cristianissimo, come sottolinea san Bonaventura. E’ questa la sua specificità: quella di essere completamente, totalmente di Cristo, cristianissimo, senza riserve e senza limiti.6

Francesco, definito anche alter Christus, si erge umile e alto, come colui che in ogni cosa ha cercato di identificarsi col suo Signore e, accogliendo senza riserve la grazia e l’aiuto dello Spirito, vi è riuscito in modo esemplare, paradigmatico per tutta la Chiesa di ogni tempo, per tutto il mondo.

“La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.”7

Ma…, non dovrebbe essere così per ogni santo? Certamente sì. Tuttavia sembra che l’Altissimo abbia voluto che Francesco incarnasse nel modo più totalizzante, visibile e paradigmatico, questa totale immedesimazione a Cristo per sempre.8 Egli è diventato l’uomo cristiano per eccellenza e Dio gli ha affidato la specialissima missione di essere segno imperituro per tutta la Chiesa, per ogni cristiano, per il mondo intero. E Francesco, nonostante sia morto ormai da 800 anni, continua ancora a svolgere egregiamente la sua missione!

PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

  1. Qual è lo “specifico” della vocazione di Francesco d’Assisi?
  2. Perché Francesco è definito “un altro Cristo” o “il più cristiano di tutti gli uomini”?
  3. Qual è “lo specifico” della nostra vocazione ad essere francescani secolari?

  


1 Non ho più bisogno di altro, figlio mio, conosco Cristo povero e crocifisso (2Cel LXXI, 105). L’essenza della spiritualità francescana è … Cristo. Cristo è il punto focale di questa spiritualità. Potremmo dire solo Cristo. … tutta la vostra letteratura francescana è attraversata dall’osservazione dello sforzo di San Francesco per un’imitazione testuale di Gesù. … «Coscientemente, continuamente egli (Francesco) voleva vivere come il suo Maestro, col suo Maestro, del suo Maestro. La sua Regola, quale egli la concepì, non è che il Vangelo in azione». (Paolo VI al Cap. OFM 22 giugno 1967)

2 “ [Innocenzo III] Non volle tuttavia mandare subito a compimento quello che il Poverello chiedeva, perché ad alcuni cardinali sembrava una cosa strana e troppo ardua per le forze umane. Giovanni di San Paolo allora disse: «Questo povero, in realtà, ci chiede soltanto che gli venga approvata una forma di vita evangelica. Se dunque respingiamo la sua richiesta, come troppo difficile e strana, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria al Vangelo. Se infatti uno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nel voto di praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale oppure di impossibile da praticare, diventa reo di bestemmia, contro Cristo, autore del Vangelo.» (LM 3, 9; FF 1062)”

3 In entrambe le sue due redazioni, la Prima, conosciuta anche come Recensio prior, più breve e Prologo della Regola OFS, e la Seconda, ampliamento della prima redazione.

4 Titolo Lettera ai Fedeli (Recensio prior): “H[a]ec sunt verba vit[a]e et salutis que si quis legerit et fecerit inveniet vitam et [h]auriet salutem a domino de illis qui faciunt penitentiam. - “Queste sono le parole di vita e salvezza riguardo a quelli che fanno penitenza: chi le leggerà e le metterà in pratica troverà la vita e attingerà la salvezza dal Signore.” Questo “chi” non è certamente limitativo ma estensivo. Si dirige a tutti.

5 Andrés Stanovnik OFM Cap. Arcivescovo di Corrientes, Argentina.

6 E’ illuminante il paragone tra Paolo e Francesco, i due grandi convertiti. Entrambi hanno vissuto una vita in Cristo in pienezza, secondo quanto lo stesso Paolo attesta e come Francesco ha intensamente vissuto: per me vivere è Cristo; non sono più io che vivo ma Cristo vive in me (Fil 1, 21; Gal 2, 20).

7 1Cel XXX, 84; FF 466-467.

8 “Che se altri temerariamente paragona tra di loro i celesti eroi della santità, destinati dallo Spirito Santo chi a questa, chi a quella missione presso gli uomini — e tali paragoni, frutto per lo più di passioni partigiane, non riescono di nessun vantaggio e sono ingiuriosi verso Dio, autore della santità — tuttavia sembra potersi affermare non esservi mai stato alcuno in cui brillassero più vive e più somiglianti l’immagine di Gesù Cristo e la forma evangelica di vita che in Francesco. Pertanto, egli che si era chiamato l’« Araldo del Gran Re », giustamente fu salutato quale « un altro Gesù Cristo », per essersi presentato ai contemporanei e ai secoli futuri quasi Cristo redivivo; dal che derivò che come tale egli vive tuttora agli occhi degli uomini e continuerà a vivere per tutte le generazioni avvenire.” Pio XI, Enciclica Rite Expiatis, 30 Aprile 1926

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS

 

PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE

 

SCHEDA MENSILE

 

AGOSTO 2012 – ANNO 3 – No. 32

UNA VOCAZIONE SPECIFICA PER UNA MISSIONE PARTICOLARE

di Benedetto Lino OFS

Dossier preparato dalla Commissione Formazione permanente CIOFS

Ewald Kreuzer OFS, coordinatore

P. Amando Trujillo-Cano TOR

Doug Clorey OFS

 

LA SPECIFICITÀ DELLA NOSTRA VOCAZIONE

La parte di questo mese, riguardante la relazione di Benedetto Lino presentata al Capitolo generale OFS del 2011, considera i tre aspetti della peculiarità della vocazione francescana secolare. La riflessione mette in luce la singolarità della vocazione di san Francesco e quella di tutti i francescani in connessione con la sua fondante e duratura esperienza. Benedetto afferma che se c’è una ragione specifica per la nostra vocazione di francescani secolari, sicuramente è quella di condividere la chiamata ad essere dei cristiani, come lo è stato Francesco. E’ specifica in quanto si riferisce ad un preciso esempio o modello, appunto san Francesco, che ci mostra come essere cristiani in modo radicale, totale e permanente. Siamo stati affascinati dall’esempio di vita di Francesco e Dio si è servito di lui per condurci ad un modo di vivere cui ci siamo impegnati.

LA SPECIFICITÀ DELLA NOSTRA VOCAZIONE DIPENDE DA FRANCESCO

La nostra vocazione specifica è francescana e secolare e, in quanto tale, essa è strettamente dipendente da Francesco d’Assisi e dalla sua vocazione. Il suo esempio e la sua vita ci hanno attirati. Dio si è servito di lui per condurci ad una forma di vita specifica. Dobbiamo quindi partire da Francesco per comprendere quale sia questa nostra vocazione specifica.

Francesco non ha intrapreso un cammino “specifico” nel senso di essersi “specializzato” in qualcosa di circoscritto. Mi spiego.

San Giovanni Bosco si è occupato di giovani, San Camillo De Lellis, San Giovanni di Dio si sono occupati di ammalati, la Beata Teresa di Calcutta dei poveri abbandonati, le Sante contemplative si sono impegnate nell’immolazione pro mundi vita, nella preghiera contemplativa e così via.

San Francesco non si è “specializzato” in niente. San Francesco si è reso disponibile a tutto (1Cor 9, 22-23). Francesco come prima cosa ha cercato Dio, per trovare se stesso.

Egli ha cercato dunque in primis di rispondere al nucleo fondamentale della sua vocazione primaria (uguale per tutti) che è quella di instaurare un rapporto vivente con Dio, per dare un senso compiuto alla propria esistenza. Lo ha cercato in lunghi periodi di preghiera e contemplazione e, poco a poco, ne ha percepito l’intima essenza, quella di un Dio che è Padre, Abba, un Padre che si è fatto prossimo a noi nel Figlio, nella sua Incarnazione, Vita, Passione, Morte e Resurrezione, in un atto di donazione totale e perenne di Sé, un Figlio che a Lui ci conduce, che ci anima e ci santifica attraverso il suo Spirito.

Ciò ha determinato in lui il desiderio totalizzante di lasciarsi trasformare dallo Spirito per conformarsi a Gesù Figlio e assecondare la vocazione fondamentale di Dio: giungere al Padre nella condivisione della stessa vita di Dio uni-trino. [1]

Francesco null’altro volle nella sua vita se non vivere di Cristo, in Cristo, di vivere integralmente il Vangelo: in una parola di essere solo e totalmente cristiano, e null’altro. Francesco non ha fatto altro che corrispondere pienamente a ciò che Gesù Cristo ha chiesto, e che chiede sempre, a tutti e a ciascuno, senza distinzioni.

LA NOSTRA VOCAZIONE : VIVERE CRISTO, VIVERE IL VANGELO

Dio ha suscitato Francesco, e la sua triplice famiglia, per la Chiesa e per il mondo affinché il mondo e la Chiesa stessa credessero che è possibile vivere il Vangelo sine glossa, e che è concretamente possibile essere cristiani integrali, senza ulteriori specificazioni. [2] Francesco lo ha fatto. E anche noi, suoi discepoli, lo abbiamo solennemente promesso: “… prometto di vivere, nel mio stato secolare, per tutto il tempo della mia vita, il Vangelo di Gesù Cristo nell’OFS.” (Formula della Professione OFS)

La nostra Regola è un susseguirsi incalzante di esortazioni a mettere Cristo al centro della nostra vita, di vivere il Vangelo, cioè Cristo, come Francesco, riconoscendo la Paternità di Dio al quale dobbiamo tendere con tutte le nostre forze e di cui dobbiamo fare la volontà (Regola 4, 5, 6, 7, 10; Cost. Gen. 9, 10, 11, 12). Questo è il cuore della nostra Regola.

Non ci sono prescrizioni particolari o specifiche, ma l’esatto contrario: “La spiritualità del francescano secolare è un progetto di vita incentrato sulla persona di Cristo e sulla sua sequela, piuttosto che un programma dettagliato da mettere in pratica” (Cost. Gen. 9.1).

Sono talmente convinto che la vocazione di Francesco, e la nostra, siano unicamente quella di essere solo e pienamente cristiani, al punto di pensare che Francesco non possa essere molto contento che ci facciamo chiamare “francescani”. Credo che lui avrebbe, di gran lunga, preferito che ci chiamassimo solo “cristiani”. Lui aveva scelto nomi per i suoi discepoli che non distraessero l’attenzione da Cristo e che servissero, invece, a qualificare i tratti distintivi della loro sequela di Cristo: “Frati (fratelli) Minori”: la fraternità e l’essere minori e soggetti a tutti; “Fratelli e sorelle della Penitenza”: la vita fraterna e la conversione permanente; “Sorelle Povere”: la povertà, come segno concreto dell’offerta totale di sé, pro mundi vita.

Oggi, invece, non è infrequente incontrare “francescani” per i quali ‘essere francescani’ è quasi più importante di essere cristiani! Penso che se potesse parlarci oggi, Francesco ci direbbe: “Fratelli e sorelle miei carissimi, per essere miei veri e fedeli discepoli, siate solo cristiani, cristiani integrali, siate solo perfettamente cristiani, come il Buon Dio ha concesso a me di essere per sua sola grazia.”

LO SPECIFICO DELLA NOSTRA VOCAZIONE: ESSERE CRISTIANI TOTALI, COME FRANCESCO

La nostra vocazione è certamente specifica non tanto perché siamo chiamati a esprimere la nostra vita nel secolo, nelle comuni condizioni del mondo, nello stato laicale o ordinato, celibatario o coniugato. Questa vocazione è comune alla stragrande maggioranza dei credenti. Essa è specifica unicamente perché la nostra chiamata contiene in sé un elemento di esemplarità, un modello, uno stile di sequela unico: Francesco.

Questa è la vera, unica specificità della nostra vocazione che ci distingue e ci accomuna: essere cristiani totali come Francesco.

Al di là di questo non vi è nulla di specifico. Anzi, oserei dire che la nostra vocazione è, come quella di Francesco, piuttosto a-specifica. Mi spiego. Cos’è o cosa fa Francesco che non sia interamente ciò che il Vangelo, ciò che Gesù chiede ad ogni credente? Francesco non fa altro che attenersi perfettamente a tutto ciò che Gesù ha chiesto a tutti. Francesco è umile? Gesù ha chiesto l’umiltà ad ogni credente. Francesco è povero? Gesù ha detto per tutti “Beati i poveri”. Francesco è casto? La castità è consigliata a tutti i credenti. Francesco è mite? Gesù lo ha consigliato a tutti. Francesco vive la fraternità? I monaci, i religiosi in genere, i cristiani tutti non vivono (o almeno dovrebbero) la fraternità anche tra di loro?

Possiamo andare avanti così su tutto e vedremo che quanto ha fatto Francesco è esattamente ciò che Gesù chiede a tutti i credenti. Francesco non ha avuto un carisma e una missione contingenti, confinati a un settore specifico ben delimitato. Il suo carisma, la sua vocazione e la sua missione sono “a-specifici”, nel senso che corrispondono a quelli della Chiesa di sempre, della Chiesa di Cristo allo stato più puro e integrale, sono quelli che affondano la propria radice nella sostanza più profonda della vita cristiana in quanto tale senza ulteriori specificazioni. Non si tratta di una via di perfezione riservata a pochi eletti bensì a tutti !

La Lettera ai fedeli[3], testo di riferimento fondamentale del francescanesimo secolare e prologo della nostra Regola attuale, ne è una prova evidente. Francesco scrive ai “fedeli penitenti” (De illis qui faciunt penitentiam), quindi a noi, ma per lui, tutti devono incamminarsi sulla via della penitenza-conversione. Francesco ha scoperto il Bene assoluto ed esorta tutti con passione perché scoprano anch’essi che questa è l’unica via per raggiungere la vita, l’unica vera vita: convertirsi per entrare nella comunione del suo e nostro Signore Gesù Cristo, del suo e nostro Padre celeste. L’ideale francescano coincide con la vocazione di tutti i christifideles (e non soltanto laici).[4]

La nostra vocazione specifica è, dunque: essere cristiani, come Francesco. La nostra grande e unica specificità si compendia in due sole parole: come Francesco. Quel come, però, fa un’immensa differenza. Perché, se è vero che il Cristo ha chiesto a tutti di fare ciò che Francesco fece, è anche vero che Francesco lo fece al massimo grado. La differenza non sta tanto nel fare qualcosa di diverso ma nell’intensità con cui si fanno le stesse cose. Un’intensità che caratterizza Francesco e che diventa paradigmatica e normativa per tutti noi francescani in ogni stato di vita.

“Un primo dato del processo vocazionale di Francesco … è la sua esperienza personale di relazione con Gesù Cristo, relazione che è caratterizzata dalla RADICALITÀ, DALLA TOTALITÀ E DALLA PERMANENZA”. [5]

È questa la nostra vocazione: “conformarsi a Cristo”, l’uomo perfetto, e il nostro specifico consiste nel viverla con la stessa intensità con cui Francesco la visse, la stessa totalità con cui si impegnò ad imitare il Cristo totale, con la stessa radicalità che caratterizzò il suo sforzo di trasformazione-conformazione fin dalla radice del suo essere, la stessa permanenza nella quale lui visse questo sforzo.

Francesco, “uomo cristianissimo, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò l’onore di portare nel proprio corpo l’immagine di Cristo visibilmente! (LM XIV, 4; FF 1240). Francesco è l’uomo cristianissimo, come sottolinea san Bonaventura. E’ questa la sua specificità: quella di essere completamente, totalmente di Cristo, cristianissimo, senza riserve e senza limiti.[6]

Francesco, definito anche alter Christus, si erge umile e alto, come colui che in ogni cosa ha cercato di identificarsi col suo Signore e, accogliendo senza riserve la grazia e l’aiuto dello Spirito, vi è riuscito in modo esemplare, paradigmatico per tutta la Chiesa di ogni tempo, per tutto il mondo.

“La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.”[7]

Ma…, non dovrebbe essere così per ogni santo? Certamente sì. Tuttavia sembra che l’Altissimo abbia voluto che Francesco incarnasse nel modo più totalizzante, visibile e paradigmatico, questa totale immedesimazione a Cristo per sempre.[8] Egli è diventato l’uomo cristiano per eccellenza e Dio gli ha affidato la specialissima missione di essere segno imperituro per tutta la Chiesa, per ogni cristiano, per il mondo intero. E Francesco, nonostante sia morto ormai da 800 anni, continua ancora a svolgere egregiamente la sua missione!

PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

1. Qual è lo “specifico” della vocazione di Francesco d’Assisi?

2. Perché Francesco è definito “un altro Cristo” o “il più cristiano di tutti gli uomini”?

3. Qual è “lo specifico” della nostra vocazione ad essere francescani secolari?

 



[1] Non ho più bisogno di altro, figlio mio, conosco Cristo povero e crocifisso (2Cel LXXI, 105). L’essenza della spiritualità francescana è … Cristo. Cristo è il punto focale di questa spiritualità. Potremmo dire solo Cristo. … tutta la vostra letteratura francescana è attraversata dall’osservazione dello sforzo di San Francesco per un’imitazione testuale di Gesù. … «Coscientemente, continuamente egli (Francesco) voleva vivere come il suo Maestro, col suo Maestro, del suo Maestro. La sua Regola, quale egli la concepì, non è che il Vangelo in azione». (Paolo VI al Cap. OFM 22 giugno 1967)

[2] “ [Innocenzo III] Non volle tuttavia mandare subito a compimento quello che il Poverello chiedeva, perché ad alcuni cardinali sembrava una cosa strana e troppo ardua per le forze umane. Giovanni di San Paolo allora disse: «Questo povero, in realtà, ci chiede soltanto che gli venga approvata una forma di vita evangelica. Se dunque respingiamo la sua richiesta, come troppo difficile e strana, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria al Vangelo. Se infatti uno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nel voto di praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale oppure di impossibile da praticare, diventa reo di bestemmia, contro Cristo, autore del Vangelo.» (LM 3, 9; FF 1062)”

[3] In entrambe le sue due redazioni, la Prima, conosciuta anche come Recensio prior, più breve e Prologo della Regola OFS, e la Seconda, ampliamento della prima redazione.

[4] Titolo Lettera ai Fedeli (Recensio prior): “H[a]ec sunt verba vit[a]e et salutis que si quis legerit et fecerit inveniet vitam et [h]auriet salutem a domino de illis qui faciunt penitentiam. - “Queste sono le parole di vita e salvezza riguardo a quelli che fanno penitenza: chi le leggerà e le metterà in pratica troverà la vita e attingerà la salvezza dal Signore.” Questo “chi” non è certamente limitativo ma estensivo. Si dirige a tutti.

[5] Andrés Stanovnik OFM Cap. Arcivescovo di Corrientes, Argentina.

[6] E’ illuminante il paragone tra Paolo e Francesco, i due grandi convertiti. Entrambi hanno vissuto una vita in Cristo in pienezza, secondo quanto lo stesso Paolo attesta e come Francesco ha intensamente vissuto: per me vivere è Cristo; non sono più io che vivo ma Cristo vive in me (Fil 1, 21; Gal 2, 20).

[7] 1Cel XXX, 84; FF 466-467.

[8]Che se altri temerariamente paragona tra di loro i celesti eroi della santità, destinati dallo Spirito Santo chi a questa, chi a quella missione presso gli uomini — e tali paragoni, frutto per lo più di passioni partigiane, non riescono di nessun vantaggio e sono ing

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS

 

PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE

 

SCHEDA MENSILE

 

AGOSTO 2012 – ANNO 3 – No. 32

UNA VOCAZIONE SPECIFICA PER UNA MISSIONE PARTICOLARE

di Benedetto Lino OFS

Dossier preparato dalla Commissione Formazione permanente CIOFS

Ewald Kreuzer OFS, coordinatore

P. Amando Trujillo-Cano TOR

Doug Clorey OFS

 

LA SPECIFICITÀ DELLA NOSTRA VOCAZIONE

La parte di questo mese, riguardante la relazione di Benedetto Lino presentata al Capitolo generale OFS del 2011, considera i tre aspetti della peculiarità della vocazione francescana secolare. La riflessione mette in luce la singolarità della vocazione di san Francesco e quella di tutti i francescani in connessione con la sua fondante e duratura esperienza. Benedetto afferma che se c’è  una ragione specifica per la nostra vocazione di francescani secolari, sicuramente è quella di condividere la chiamata ad essere dei cristiani, come lo è stato Francesco. E’ specifica in quanto si riferisce ad un preciso esempio o modello, appunto san Francesco, che ci mostra come essere cristiani in modo radicale, totale e permanente. Siamo stati affascinati dall’esempio di vita di Francesco e Dio si è servito di lui per condurci ad un modo di vivere cui ci siamo impegnati.

LA SPECIFICITÀ DELLA NOSTRA VOCAZIONE DIPENDE DA FRANCESCO

La nostra vocazione specifica è francescana e secolare e, in quanto tale, essa è strettamente dipendente da Francesco d’Assisi e dalla sua vocazione. Il suo esempio e la sua vita ci hanno attirati. Dio si è servito di lui per condurci ad una forma di vita specifica. Dobbiamo quindi partire da Francesco per comprendere quale sia questa nostra vocazione specifica.

Francesco non ha intrapreso un cammino “specifico” nel senso di essersi “specializzato” in qualcosa di circoscritto. Mi spiego.

San Giovanni Bosco si è occupato di giovani, San Camillo De Lellis, San Giovanni di Dio si sono occupati di ammalati, la Beata Teresa di Calcutta dei poveri abbandonati, le Sante contemplative si sono impegnate nell’immolazione pro mundi vita, nella preghiera contemplativa e così via.

San Francesco non si è “specializzato” in niente. San Francesco si è reso disponibile a tutto (1Cor 9, 22-23). Francesco come prima cosa ha cercato Dio, per trovare se stesso.

Egli ha cercato dunque in primis di rispondere al nucleo fondamentale della sua vocazione primaria (uguale per tutti) che è quella di instaurare un rapporto vivente con Dio, per dare un senso compiuto alla propria esistenza. Lo ha cercato in lunghi periodi di preghiera e contemplazione e, poco a poco, ne ha percepito l’intima essenza, quella di un Dio che è Padre, Abba, un Padre che si è fatto prossimo a noi nel Figlio, nella sua Incarnazione, Vita, Passione, Morte e Resurrezione, in un atto di donazione totale e perenne di Sé, un Figlio che a Lui ci conduce, che ci anima e ci santifica attraverso il suo Spirito.

Ciò ha determinato in lui il desiderio totalizzante di lasciarsi trasformare dallo Spirito per conformarsi a Gesù Figlio e assecondare la vocazione fondamentale di Dio: giungere al Padre nella condivisione della stessa vita di Dio uni-trino. [1]

Francesco null’altro volle nella sua vita se non vivere di Cristo, in Cristo, di vivere integralmente il Vangelo: in una parola di essere solo e totalmente cristiano, e null’altro. Francesco non ha fatto altro che corrispondere pienamente a ciò che Gesù Cristo ha chiesto, e che chiede sempre, a tutti e a ciascuno, senza distinzioni.

LA NOSTRA VOCAZIONE : VIVERE CRISTO, VIVERE IL VANGELO

Dio ha suscitato Francesco, e la sua triplice famiglia, per la Chiesa e per il mondo affinché il mondo e la Chiesa stessa credessero che è possibile vivere il Vangelo sine glossa, e che è concretamente possibile essere cristiani integrali, senza ulteriori specificazioni. [2] Francesco lo ha fatto. E anche noi, suoi discepoli, lo abbiamo solennemente promesso: “… prometto di vivere, nel mio stato secolare, per tutto il tempo della mia vita, il Vangelo di Gesù Cristo nell’OFS.” (Formula della Professione OFS)

La nostra Regola è un susseguirsi incalzante di esortazioni a mettere Cristo al centro della nostra vita, di vivere il Vangelo, cioè Cristo, come Francesco, riconoscendo la Paternità di Dio al quale dobbiamo tendere con tutte le nostre forze e di cui dobbiamo fare la volontà (Regola 4, 5, 6, 7, 10; Cost. Gen. 9, 10, 11, 12). Questo è il cuore della nostra Regola.

Non ci sono prescrizioni particolari o specifiche, ma l’esatto contrario: “La spiritualità del francescano secolare è un progetto di vita incentrato sulla persona di Cristo e sulla sua sequela, piuttosto che un programma dettagliato da mettere in pratica” (Cost. Gen. 9.1).

Sono talmente convinto che la vocazione di Francesco, e la nostra, siano unicamente quella di essere solo e pienamente cristiani, al punto di pensare che Francesco non possa essere molto contento che ci facciamo chiamare “francescani”. Credo che lui avrebbe, di gran lunga, preferito che ci chiamassimo solo “cristiani”. Lui aveva scelto nomi per i suoi discepoli che non distraessero l’attenzione da Cristo e che servissero, invece, a qualificare i tratti distintivi della loro sequela di Cristo: “Frati (fratelli) Minori”: la fraternità e l’essere minori e soggetti a tutti; “Fratelli e sorelle della Penitenza”: la vita fraterna e la conversione permanente; “Sorelle Povere”: la povertà, come segno concreto dell’offerta totale di sé, pro mundi vita.

Oggi, invece, non è infrequente incontrare “francescani” per i quali ‘essere francescani’ è quasi più importante di essere cristiani! Penso che se potesse parlarci oggi, Francesco ci direbbe: “Fratelli e sorelle miei carissimi, per essere miei veri e fedeli discepoli, siate solo cristiani, cristiani integrali, siate solo perfettamente cristiani, come il Buon Dio ha concesso a me di essere per sua sola grazia.”

LO SPECIFICO DELLA NOSTRA VOCAZIONE: ESSERE CRISTIANI TOTALI, COME FRANCESCO

La nostra vocazione è certamente specifica non tanto perché siamo chiamati a esprimere la nostra vita nel secolo, nelle comuni condizioni del mondo, nello stato laicale o ordinato, celibatario o coniugato. Questa vocazione è comune alla stragrande maggioranza dei credenti. Essa è specifica unicamente perché la nostra chiamata contiene in sé un elemento di esemplarità, un modello, uno stile di sequela unico: Francesco.

Questa è la vera, unica specificità della nostra vocazione che ci distingue e ci accomuna: essere cristiani totali come Francesco.

Al di là di questo non vi è nulla di specifico. Anzi, oserei dire che la nostra vocazione è, come quella di Francesco, piuttosto a-specifica. Mi spiego. Cos’è o cosa fa Francesco che non sia interamente ciò che il Vangelo, ciò che Gesù chiede ad ogni credente? Francesco non fa altro che attenersi perfettamente a tutto ciò che Gesù ha chiesto a tutti. Francesco è umile? Gesù ha chiesto l’umiltà ad ogni credente. Francesco è povero? Gesù ha detto per tutti “Beati i poveri”. Francesco è casto? La castità è consigliata a tutti i credenti. Francesco è mite? Gesù lo ha consigliato a tutti. Francesco vive la fraternità? I monaci, i religiosi in genere, i cristiani tutti non vivono (o almeno dovrebbero) la fraternità anche tra di loro?

Possiamo andare avanti così su tutto e vedremo che quanto ha fatto Francesco è esattamente ciò che Gesù chiede a tutti i credenti. Francesco non ha avuto un carisma e una missione contingenti, confinati a un settore specifico ben delimitato. Il suo carisma, la sua vocazione e la sua missione sono “a-specifici”, nel senso che corrispondono a quelli della Chiesa di sempre, della Chiesa di Cristo allo stato più puro e integrale, sono quelli che affondano la propria radice nella sostanza più profonda della vita cristiana in quanto tale senza ulteriori specificazioni. Non si tratta di una via di perfezione riservata a pochi eletti bensì a tutti !

La Lettera ai fedeli[3], testo di riferimento fondamentale del francescanesimo secolare e prologo della nostra Regola attuale, ne è una prova evidente. Francesco scrive ai “fedeli penitenti” (De illis qui faciunt penitentiam), quindi a noi, ma per lui, tutti devono incamminarsi sulla via della penitenza-conversione. Francesco ha scoperto il Bene assoluto ed esorta tutti con passione perché scoprano anch’essi che questa è l’unica via per raggiungere la vita, l’unica vera vita: convertirsi per entrare nella comunione del suo e nostro Signore Gesù Cristo, del suo e nostro Padre celeste. L’ideale francescano coincide con la vocazione di tutti i christifideles (e non soltanto laici).[4]

La nostra vocazione specifica è, dunque: essere cristiani, come Francesco. La nostra grande e unica specificità si compendia in due sole parole: come Francesco. Quel come, però, fa un’immensa differenza. Perché, se è vero che il Cristo ha chiesto a tutti di fare ciò che Francesco fece, è anche vero che Francesco lo fece al massimo grado. La differenza non sta tanto nel fare qualcosa di diverso ma nell’intensità con cui si fanno le stesse cose. Un’intensità che caratterizza Francesco e che diventa paradigmatica e normativa per tutti noi francescani in ogni stato di vita.

“Un primo dato del processo vocazionale di Francesco … è la sua esperienza personale di relazione con Gesù Cristo, relazione che è caratterizzata dalla RADICALITÀ, DALLA TOTALITÀ E DALLA PERMANENZA”. [5]

È questa la nostra vocazione: “conformarsi a Cristo”, l’uomo perfetto, e il nostro specifico consiste nel viverla con la stessa intensità con cui Francesco la visse, la stessa totalità con cui si impegnò ad imitare il Cristo totale, con la stessa radicalità che caratterizzò il suo sforzo di trasformazione-conformazione fin dalla radice del suo essere, la stessa permanenza nella quale lui visse questo sforzo.

Francesco, “uomo cristianissimo, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò l’onore di portare nel proprio corpo l’immagine di Cristo visibilmente! (LM XIV, 4; FF 1240). Francesco è l’uomo cristianissimo, come sottolinea san Bonaventura. E’ questa la sua specificità: quella di essere completamente, totalmente di Cristo, cristianissimo, senza riserve e senza limiti.[6]

Francesco, definito anche alter Christus, si erge umile e alto, come colui che in ogni cosa ha cercato di identificarsi col suo Signore e, accogliendo senza riserve la grazia e l’aiuto dello Spirito, vi è riuscito in modo esemplare, paradigmatico per tutta la Chiesa di ogni tempo, per tutto il mondo.

“La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.”[7]

Ma…, non dovrebbe essere così per ogni santo? Certamente sì. Tuttavia sembra che l’Altissimo abbia voluto che Francesco incarnasse nel modo più totalizzante, visibile e paradigmatico, questa totale immedesimazione a Cristo per sempre.[8] Egli è diventato l’uomo cristiano per eccellenza e Dio gli ha affidato la specialissima missione di essere segno imperituro per tutta la Chiesa, per ogni cristiano, per il mondo intero. E Francesco, nonostante sia morto ormai da 800 anni, continua ancora a svolgere egregiamente la sua missione!

PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

  1. Qual è lo “specifico” della vocazione di Francesco d’Assisi?
  2. Perché Francesco è definito “un altro Cristo” o “il più cristiano di tutti gli uomini”?
  3. Qual è “lo specifico” della nostra vocazione ad essere francescani secolari?

 



[1] Non ho più bisogno di altro, figlio mio, conosco Cristo povero e crocifisso (2Cel LXXI, 105). L’essenza della spiritualità francescana è … Cristo. Cristo è il punto focale di questa spiritualità. Potremmo dire solo Cristo. … tutta la vostra letteratura francescana è attraversata dall’osservazione dello sforzo di San Francesco per un’imitazione testuale di Gesù. … «Coscientemente, continuamente egli (Francesco) voleva vivere come il suo Maestro, col suo Maestro, del suo Maestro. La sua Regola, quale egli la concepì, non è che il Vangelo in azione». (Paolo VI al Cap. OFM 22 giugno 1967)

[2] “ [Innocenzo III] Non volle tuttavia mandare subito a compimento quello che il Poverello chiedeva, perché ad alcuni cardinali sembrava una cosa strana e troppo ardua per le forze umane. Giovanni di San Paolo allora disse: «Questo povero, in realtà, ci chiede soltanto che gli venga approvata una forma di vita evangelica. Se dunque respingiamo la sua richiesta, come troppo difficile e strana, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria al Vangelo. Se infatti uno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nel voto di praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale oppure di impossibile da praticare, diventa reo di bestemmia, contro Cristo, autore del Vangelo.» (LM 3, 9; FF 1062)”

[3] In entrambe le sue due redazioni, la Prima, conosciuta anche come Recensio prior, più breve e Prologo della Regola OFS, e la Seconda, ampliamento della prima redazione.

[4] Titolo Lettera ai Fedeli (Recensio prior): “H[a]ec sunt verba vit[a]e et salutis que si quis legerit et fecerit inveniet vitam et [h]auriet salutem a domino de illis qui faciunt penitentiam. - “Queste sono le parole di vita e salvezza riguardo a quelli che fanno penitenza: chi le leggerà e le metterà in pratica troverà la vita e attingerà la salvezza dal Signore.” Questo “chi” non è certamente limitativo ma estensivo. Si dirige a tutti.

[5] Andrés Stanovnik OFM Cap. Arcivescovo di Corrientes, Argentina.

[6] E’ illuminante il paragone tra Paolo e Francesco, i due grandi convertiti. Entrambi hanno vissuto una vita in Cristo in pienezza, secondo quanto lo stesso Paolo attesta e come Francesco ha intensamente vissuto: per me vivere è Cristo; non sono più io che vivo ma Cristo vive in me (Fil 1, 21; Gal 2, 20).

[7] 1Cel XXX, 84; FF 466-467.

[8] “Che se altri temerariamente paragona tra di loro i celesti eroi della santità, destinati dallo Spirito Santo chi a questa, chi a quella missione presso gli uomini — e tali paragoni, frutto per lo più di passioni partigiane, non riescono di nessun vantaggio e sono ingiuriosi verso Dio, autore della santità — tuttavia sembra potersi affermare non esservi mai stato alcuno in cui brillassero più vive e più somiglianti l’immagine di Gesù Cristo e la forma evangelica di vita che in Francesco. Pertanto, egli che si era chiamato l’« Araldo del Gran Re », giustamente fu salutato quale « un altro Gesù Cristo », per essersi presentato ai contemporanei e ai secoli futuri quasi Cristo redivivo; dal che derivò che come tale egli vive tuttora agli occhi degli uomini e continuerà a vivere per tutte le generazioni avvenire.” Pio XI, Enciclica Rite Expiatis, 30 Aprile 1926

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OFS_logoPRESIDENZA DEL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DELL’OFS
PROGETTO DI FORMAZIONE PERMANENTE
SCHEDA MENSILE
GIUGNO 2012 – ANNO 3 – No. 30

 

DOC)

EVANGELIZZATI  PER  EVAGELIZZARE

di P. Fernando Ventura OFMcapp.
Dossier preparato dalla Commissione Formazione permanente CIOFS
Ewald Kreuzer OFS, coordinatore
P. Amando Trujillo-Cano TOR
Doug Clorey OFS

LE BEATUTUDINI,
IL TESTO PIU’ RIVOLUZIONARIO DELLA STORIA UMANA (seconda parte)


In questo fascicolo conclude la riflessione di P. Fernando sulle Beatitudini, la “carta costituzionale” della cristianità. Questo testo è veramente il codice segreto della Bibbia e della vita. La Bibbia è nata dalla vita e, se lo vogliamo, la vita nata dalla Bibbia. Tuttavia non è una vita facile ma, del resto, chi mai ha detto che è facile?

“Beati quelli che piangono, perché saranno consolati”

Riusciamo a piangere per due motivi: o piangiamo di gioia o di tristezza. Ma proviamo ad andare oltre. Esiste un solo vero motivo che ci fa piangere: piangiamo perché amiamo. Chi non ama, non piange. Questa è l’unica ragione che ci spinge a piangere.

Tutti i giorni ci confrontiamo con notizie di decine, centinaia e anche migliaia di morti, eppure possiamo non piangere. Ma se muore una persona cara, allora piangiamo. In termini di numero, la realtà è incomparabile: decine, centinaia o migliaia di morti da una parte e “solamente” un morto dall’altra. Ciò che fa la differenza è la relazione; ciò che ha dato origine alle lacrime è stato l’amore.

Beati voi che piangete: beati perché capaci di amare. Beati voi che amate – che siete capaci di avere e costruire relazioni con qualcuno, che rifiutate di vivere orgogliosamente da single, che amate gli altri e la vita, che non vivete di meditazione trascendentale, guardando il vostro ombelico, che non vi accontentate di pie e mistiche elucubrazioni. Come dice un proverbio portoghese: “Chi accetta di amare, accetta di soffrire”. Nessuno ha mai detto che sia facile, ma nessuno di quelli che vivono in questo modo ha detto che non sia gratificante.

“Beati i miti, perché erediteranno la terra”

In questa beatitudine abbiamo un’altra dichiarazione che va contro la norma, un altro possibile malinteso di ciò che significa essere “mite”. E’ importante definire il concetto di “essere mite” alla luce di quanto detto finora. Ancora una volta questa beatitudine ci sfida ad un nuovo modo di essere, di vivere al contrario di chi fa della violenza la forza motrice della loro esistenza. I miti sono gli esperti della violenza dei non violenti. I violenti non possono avere l’ultima parola se vengono posti in opposizione ai miti. C’è da fare un passo in avanti. Nel profondo del suo essere, il mite è una persona in equilibrio con se stesso, con gli altri e con Dio. La mitezza deve essere urgentemente coltivata. Non stiamo parlando di apatia o di arrendevolezza nei confronti della vita o di problemi di auto-stima. La sfida è ancora più profonda. E’ la sfida del Mahatma Gandhi, di Teresa di Calcutta, di Luther King: è la “guerra dei non violenti”.

“Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati”

Anawim e dalim, i poveri che fanno dipendere la loro liberazione e la loro condizione dal Signore, uniti nella stessa lotta e determinazione di riconquistare la dignità perduta, il loro diritto di essere considerati persone, tante volte negato dai grandi della terra, dai signori dell’odio, dell’oppio, del potere e della morte. Questa beatitudine non riguarda l’impegno di trasformare la storia solo per motivi di confronto, ma piuttosto esprime una volontà di andare oltre, che ricorda la sensazione di fame e sete, perché tocca l'intimo di ognuno e solo raggiunge il suo scopo ultimo nella sazietà.

Non basta essere “simpatico”. La nostra società ha già abbastanza gente simpatica. Non basta sfoggiare il sorriso del “politicamente corretto”. Confucio diceva che “dietro ogni sorriso ci sono i denti”. Non ti è mai sembrato infatti che qualcuno ti sorridesse con la voglia di morderti? E tu non hai mai sorriso a qualcuno con lo stesso desiderio? La sfida è molto più profonda: è l’invito all’empatia. Non basta essere “simpatico” (sun + pathos = soffrire con qualcuno). L’urgenza della rivoluzione evangelica spinge inevitabilmente all’empatia (en + pathos = soffrire dentro): fare mia la lotta degli altri, proprio ora, oggi, in questo momento, ora per l’eternità.

Oggi perciò non è il tempo di incrociare le braccia e aspettare all’angolo della vita che l’eternità passi. Piuttosto è tempo di rimboccarsi le maniche senza paura e con il coraggio di chi sa in Chi ha riposto la propria fiducia.

“Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”

Nel Vecchio Testamento due degli attributi fondamentali di Dio sono “misericordia” e “verità” (hesed e emet). In questa beatitudine Matteo identifica gli anawim proprio come la gente che vive questo stesso sentimento di Dio. Un Dio di hesed, un Dio di misericordia è – in base all’etimologia del termine – un Dio con “viscere” o, in forma più poetica, un Dio con “un cuore”, un Dio che sfida gli anawim ad avere questo stesso atteggiamento nei confronti della vita.

Lungi dall’essere semplicemente un’elucubrazione poetica, l’invito di questa beatitudine alla felicità è quello di avere un cuore che batte secondo il ritmo del cuore di Dio: un cuore appassionato, un cuore non solitario ma sposato con la vita e il mondo, proprio come Dio è sposato con tutta la creazione, senza eccezioni. Dio si è sposato con tutti… perfino con i cattolici.

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”

Impegnato nella storia e con la storia, il cuore, che prova a mettersi in sintonia con il ritmo del cuore di Dio, “inevitabilmente” troverà il suo equilibrio e sarà in grado di scoprire la propria purezza originale. Chi saprà realizzare questo cammino interiore troverà la prima fase che porta alla felicità: l’equilibrio con se stesso.

Allora sarà possibile “vedere Dio”. Allora cadrà il tabù di come vediamo la vita. Allora comprenderemo che quelli che vedono Dio sono veramente quelli che sono capaci di vedere gli altri… perché Dio non risiede in un cielo distante ma “qui e ora”, nella vita e nel tempo che è già l’eternità.

Siamo chiari. Il Dio della Bibbia, il Dio d’Israele, il Dio di Gesù Cristo, non è un Dio distante nel cielo. Il nostro Dio è un Dio della terra, un Dio vicino, un Dio della strada, della polvere e del vento, un Dio compagno, un Dio cui diamo del “Tu”, e perciò un Dio di relazione. Per questo si lascia “vedere”, si lascia “toccare”, non si preserva dall’entrare in relazione.

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”

Il testo delle Beatitudini, divenendo sempre più esplicito nel descrivere il significato di “beati”, indica ora una nuova categoria di persone, punto di arrivo di tutti gli attributi esposti prima: gli operatori di pace. E’ qui che giungiamo al concetto centrale della sfida alla conversione.

Shalom è un concetto che indica molto di più di “assenza di guerra”: in sé, è un concetto che esprime pienezza che avvolge tutte le dimensioni della vita e delle relazioni che si instaurano con se stessi, con gli altri e con Dio. Si tratta infatti di un concetto utopico, una sfida nel costruire il futuro, un sogno di eternità, un educare alle “nostalgie del futuro”, alla costruzione di un paradiso mai esistito ma che per volere di Dio l’umanità è chiamata a sognare e a costruire.

Questo sogno di equilibrio pieno è presente in tutte le culture, in tutti i tempi e in tutti i popoli. Sia che si chiami pace, shalom, salaam, morabeza, nirvana, pankasila, metempsicosi o shanti, l’umanità avrà sempre questo desiderio scritto nelle profondità del suo codice genetico. E’ lì che è inscritto il piano di Dio. Secondo Teillard de Chardin, il problema risiede nell’incapacità umana di leggere correttamente il proprio codice – umano e divino – che si fonde e si intreccia in una spirale ascensionale di complessità/consapevolezza. Avendo difficoltà a capire l’armonia del movimento di questa danza, troppo velocemente cerchiamo perciò di creare una “pace personale”, creando una “guerra collettiva” in nome di Dio… e per creare pace!

E confondiamo tutto. Triste destino il nostro. Nei secoli, siamo stati subito pronti a stabilire la pace attraverso la guerra. Le grandi “culture” sono state sempre abili nel cercare ragioni per giustificare la morte in nome di Dio.  Oggi ci meravigliamo circa il recente fondamentalismo…

Metanoia, conversione, jihad sono concetti simili con simili significati. Tutti, etimologicamente o almeno teologicamente, sono associati al concetto di “guerra” o “guerra santa”. Inoltre è – primariamente ed essenzialmente – una guerra che ciascuno svolge con se stesso, una lotta per sviluppare le capacità del proprio io in relazione con gli altri e con Dio. Giungere a questo stadio di equilibrio vuol dire costruire pace attraverso una guerra che vede nel campo di battaglia il “guerriero” che non vuole uccidere l’altro o il dio dell’altro, ma vuole uccidere i propri falsi dei, che gli impediscono di accogliere l’altro e il suo modo di comprendere Dio, in una ricerca equilibrata che porterà “fatalmente” alla pace.

“Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

Troppo bello per essere vero. Il testo delle Beatitudini atterra di nuovo nel mondo reale. Dopo aver presentato l’ideale alle possibilità umane, il lettore è invitato alla fine del testo a confrontarsi con la realtà del “destino” che attende chi vuole orientare la propria vita verso questi principi da vivere fino in fondo. Persecuzione, insulti, menzogne, calunnie saranno compagni di viaggio di chi osa toccare le idee preposte. Ci sono molte testimonianze, lungo la storia, che rivelano la realizzazione di questa “profezia”. Per questo motivo è il testo più pericoloso e, nello stesso tempo, il più rivoluzionario di tutta la storia della letteratura. Così come è anche un testo il cui significato non può essere ignorato.

A tutti voi fratelli e sorelle in Cristo e in Francesco, agenti di attiva solidarietà, lascio un segno del mio rispetto e del mio affetto per ciò che voi significate per me: cuori pulsanti nella storia, cuori che battono nel ritmo del cuore di Dio.

P. Fernando Ventura OFMCap

Letteratura:

VENTURA, FERNANDO, Roteiro de Leitura da Bíblia, Ed. Presença, 2009.
VENTURA, FERNANDO, Do Eu solitário do Nós solidário, Ed. Verso de Kapa, 2011.

PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

Alla luce della riflessione di P. Fernando sulle Beatitudini, studia e commenta nella tua fraternità i seguenti testi presi dalle Costituzioni generali dell’OFS:

1.    “I francescani secolari si impegnano a vivere lo spirito delle Beatitudini e in special modo lo spirito di povertà.” (art. 15.1)

2.    “La pace è opera della giustizia e frutto della riconciliazione e dell’amore fraterno . I francescani secolari sono chiamati ad essere portatori di pace nella loro famiglia e nella società: curino la proposta e la diffusione di idee e di atteggiamenti pacifici; sviluppino iniziative proprie e collaborino, singolarmente e come Fraternità, alle iniziative del Papa, delle Chiese particolari e della Famiglia Francescana; collaborino con i movimenti e le istituzioni che promuovono la pace nel rispetto dei suoi fondamenti autentici.” (art. 23.1)

3.    “I francescani secolari, anticamente detti « i fratelli e le sorelle della penitenza », si propongono di vivere in spirito di conversione permanente.” (art. 13.1)