Ordine Francescano Secolare

Ordo Franciscanus Sæcularis

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COMMISSIONE ‘PRESENZA NEL MONDO’ – PRESIDENZA DEL CIOFS

PROGRAMMA DI FORMAZIONE 2013

Maggio

Scheda preparata da Ana María Olmedo OFS – A cura di Fr. Amando Trujillo C. TOR Traduzione da Elisabetta Piatti di Giovine

 

LA CRISI ALIMENTARE E L’ECONOMIA VERDE – LA SALVAGUARDIA DEL CREATO 

 

INTRODUZIONE

              Gli ultimi avvenimenti mondiali, che dobbiamo interpretare come segno dei tempi, fanno sì che al giorno d’oggi noi, francescani e francescane secolari, ci sentiamo coinvolti ed interpellati e ci indicano che è giunto il momento di rivedere il nostro stile di vita personale e di come viviamo la nostra spiritualità francescana. Uno dei temi più presenti nel vissuto francescano è il rispetto per la natura. Perciò sorge la domanda: stiamo davvero vivendo gli stessi sentimenti e gli stessi comportamenti di Francesco riguardo alla salvaguardia del creato? Vogliamo iniziare con questa provocazione per creare insieme in noi un impegno maggiore verso gli atteggiamenti e le azioni ecologiste che possono segnare la differenza all’interno dei nostri ambienti. Salvaguardare il creato non significa soltanto ammirare la natura in sè, ma anche rispettare e vivere la fratellanza universale, nella quale l’essere umano, pienamente realizzato, possa avvicinarsi già da ora alla presenza di Cristo stesso, dal quale fu creato, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna. 

 

1.      LA CRISI ALIMENTARE

                 Dall’articolo “La fame di fronte alla crisi”, pubblicato dalla FAO, riportiamo:

                “Preoccupa il fatto che le ultime cifre sull’aumento del numero di persone denutrite non siano il risultato di una riduzione dell’offerta internazionale di alimenti. Le recenti Prospettive Alimentari della FAO indicano che la produzione di cereali nel 2009  è stata elevata, anche se leggermente inferiore alla produzione record dell’anno precedente. E’ chiaro quindi che si può produrre la quantità di cibo sufficiente ad eliminare la fame nel mondo. Senza dubbio però  la distribuzione mondiale di tale quantità è disuguale. Mentre i paesi ricchi conservano grandi riserve, molti paesi in via di sviluppo non hanno la quantità di alimenti sufficiente a garantire alla loro popolazione un livello di consumo tale da permettere un livello di vita salutare.

                L’altra preoccupazione si riferisce all’uso degli alimenti. Soltanto la metà della produzione mondiale di cereali viene infatti destinata al consumo diretto da parte dell’uomo. Per soddisfare la domanda crescente di carni,  specialmente nei paesi con economie emergenti, la produzione agricola viene semre più destinata all’alimentazione degli animali  o ad  usi non alimentari, quali, ad esempio,  la produzione di biocombustibili.

                La denutrizione colpisce grandi strati della popolazione nei paesi in via di sviluppo. Colpisce in particolare i poveri che vivono nelle aree urbane, e quelli senza terre che vivono nelle zone rurali che non riescono a dipendere solamente da un’economia di sussistenza” [1].

2.      L’ ECONOMIA VERDE (LA GREEN ECONOMY)

                Il concetto di economia verde ha fatto parlare molto di sè, sebbene i suoi difensori (come l’Unione Europea, gli Stati Uniti e le agenzie dell’ONU) affermino che è ancora all’inizio. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (PNUMA) la definisce come un’economia che:

                “Deve migliorare il benessere degli esseri umani e l’uguaglianza sociale, mano a mano che riduce significativamente i rischi ambientali e la scarsità ecologica. Nella sua forma più elementare, un’economia verde dovrebbe essere quella che riduce le emissioni di carbonio, utilizza le risorse in modo efficiente ed è socialmente aggregante”[2].

                Secondo il settore delle imprese, l’economia verde è “ un insieme di modi di produzione nei quali si cerca di massimizzare la produzione, prendendo però in considerazione una serie di variabili fino ad ora ignorate quando si trattava di iniziare un’impresa, come la conservazione delle risorse naturali e lo sradicamento della povertà”[3].

                Le organizzazioni ambientali ne parlano e dicono che: 

“questa nuova nozione di “economia verde” consiste sostanzialmente nell’….aumentare le basi di sfruttamento e privatizzazione della natura….Per esempio, è vero che, come una possibilità in più,  promuove l’agricoltura organica – che è senza dubbio migliore di quella chimica -, però presuppone che per farlo in maniera massiva, siano necessarie grandi estensioni o addirittura monocolture “organiche”, certificate e controllate da compagnie internazionali.  Paradossalmente, in questo modo, si renderà ancora più insicura la sovranità alimentare.  Dipendendo dalle multinazionali, oggi si potrà produrre ciò che è organico, ma domani si produrrà, come sempre, ciò che  renderà loro più denaro, che sia organico, geneticamente modificato o chimico. Senza scelte locali, senza sovranità nelle sementi, senza agricoltori che difendano i loro diritti in ciascuna località, il loro monopolio è assicurato”[4].

Indicatori del danno già causato dall’economia verde.

                Per sviluppare l’economia verde, nella maggior parte dei paesi poveri, si stanno incrementando le miniere a cielo aperto, che danneggiano la vita dei popoli nativi, l’estrazione del petrolio e le grandi dighe che si trasformano in minacce per la vita del pianeta Terra. Si sta promuovendo l’energia ottenuta dalle “biomasse”, che significa convertire piante, alghe e resti organici in una fonte di energia che sostituirà il petrolio, come gli agro-combustibili. Questo implicherebbe che milioni di ettari che dovrebbero essere coperti di boschi o utilizzati per produrre alimenti, vengano dedicati ad alimentare macchine. Allo stesso modo si propone l’agricoltura climaticamente intelligente, imponendo l’uso di transgenici “adattati” alla siccità e agli organismi tossici e questo  significa che le popolazioni native perderanno il controllo dei loro territori, ecosistemi e dell’acqua per produrre alimenti, mettendo a rischio la  sopravvivenza della popolazione stessa.

                Di fronte a ciò, la Dichiarazione delle Popolazioni indigene, nella Sezione di Chiusura della discussione  della bozza Zero del documento: “Verso Rio +20”  delle nazioni Unite, afferma che :

                “La proposta dell’ “economia verde” ci pone molte preoccupazioni. Non accettiamo che venga utilizzata dalle corporazioni e dagli Stati per continuare a replicare lo stesso modello distruttivo e sfruttatore di “sviluppo economico” che ha causato la crisi attuale….. Deve orientare ad uno Sviluppo Sostenibile con la cultura….Questo deve essere il quarto pilastro dello sviluppo sostenibile….a partire da questo pilastro possiamo contribuire con le conoscenze tradizionali per ottenere il vero sviluppo sostenibile, dove si debba garantire il rispetto, la salvaguardia e la promozione delle conoscenze tradizionali e dei modi di vita sostenibili dei popoli indigeni…Per noi è fondamentale che si prendano in considerazione i diritti di Madre Natura, perché è la nostra fonte di vita, di spiritualità, di saggezza e di conoscenza. Essa racchiude la vita e l’armonia che abbiamo noi , esseri viventi, e per questo è nostro dovere proteggerla”[5].

Qual’è la vera radice di questo problema e come possiamo risolverlo?

                La Dottrina Sociale della Chiesa ci offre i principi e i criteri che ci possono orientare di fronte alla crescente minaccia alla vita del pianeta terra.

                “La soluzione del problema ecologico esige che l’attività economica rispetti di più l’ambiente, conciliando le esigenze dello sviluppo economico con quelle della protezione ambientale. Ogni attività economica che si avvalga  delle risorse naturali deve anche preoccuparsi della salvaguardia dell’ambiente e prevederne i costi, che sono da  considerare “come una voce essenziale dei costi dell’attività economica”. In questo contesto vanno considerati i rapporti tra l’attività umana e i cambiamenti climatici che, data la loro estrema complessità, devono essere opportunamente e costantemente seguiti  a livello scientifico, politico e giuridico,  nazionale e internazionale. Il clima è un bene che va  protetto e richiede che, nei loro comportamenti, i consumatori e gki operatori di  attività industriali sviluppino un maggior senso di responsabilità”[6].

                Ricordiamo che il piano di Dio al principio della creazione fu che gli esseri umani vivessero in armonia gli uni con gli altri  (cf. Genesi 2,18-25). La radice di questo problema è che l’umanità intera (di quasiasi ideologia, etnia, classe sociale o cultura) è in pericolo a causa dell’ambizione smodata, delle ideologie e dei fondamentalismi che oggi ci mettono gli uni contro gli altri. Per questo motivo, la salvaguardia del creato implica la responsabilità e l’impegno di tutti  bei riguardi della cura e dello sviluppo integrale di tutto ciò che è stato creato, incluso l’essere umano stesso, senza alcuna distinzione. Di fronte a questa situazione Francesco ci interpella dicendo: “E’ proprio a questo che siamo stati chiamati : per curare le ferite, per fasciare gli infermi e correggere coloro che si sbagliano (3Comp  58, FF 1469).

Nuove alternative di fronte alla crisi alimentare e gli effetti nocivi della cosiddetta economia verde

                La proposta fatta anni fa dalla organizzazione internazionale dei movimenti indigeni «Vía Campesina»,  costituisce una risposta alla crisi:

                Per garantire l’indipendenza e la sovranità alimentare di tutti i popoli del mondo è fondamentale che gli alimenti vengano prodotti all’interno di sistemi di produzione diversificati, su base agricola. La sovranità alimentare è il diritto di tutti i popoli di definire le proprie politiche agricole e, riguardo all’alimentazione, di proteggere e regolare la produzione agricola nazionale ed il mercato interno con il fine di raggiungere obiettivi sostenibili e di decidere in che misura ricercare l’autosufficienza senza disfarsi delle proprie eccedenze in paesi terzi praticando il dumping (pratica sleale del commercio internazionale che consiste nell’introdurre un prodotto nel mercato di un altro paese ad un prezzo inferiore al suo valore nel paese di origine). Non si deve far prevalere il commercio internazionale sui criteri sociali, ambientali, culturali o di sviluppo[7].

Un esempio di pratica ecologica che garantisce la salvaguardia del creato[8]

                25 anni fa, il paesaggio della Mixteca alta, la "terra del sole", in Oaxaca, Messico, sembrava un paesaggio lunare: campi aridi e polverosi, senza vegetazione, acqua nè frutti. Bisognava percorrere grandi distanze in cerca di acqua e legna. Quasi tutti i giovani emigravano per non tornare mai più, fuggendo da questa vita così dura. Negli anni 80, un gruppo di rifugiati guatemaltechi giunse ad Oaxaca perchè le condizioni sociali e politiche nel loro paese erano diventate instabili. Dopo dieci anni i guatemaltechi avevano sviluppato un sistema agricolo di produzione basato su principi organici e conoscenze indigene.  Alcune persone che avevano preso parte a questi programmi uscirono dal Guatemala durante la crisi e giunsero nella nostra regione, cominciando ad insegnare alla gente le loro tecniche. Jesús León, di 42 anni, un agricoltore nativo messicano, fu uno di coloro che ricevettero questa formazione.

Come portarono avanti il progetto?

                Decisero di rispolverare una tradizione indigena dimenticata: il  TEQUIO, che è una forma organizzata di lavoro a beneficio di tutti, nella quale i componenti della comunità debbono apportare la loro forza lavoro per realizzare un’opera comunitaria. In questo modo, con l’aiuto di 400 famiglie e con l’aiuto di ogni piccolo contributo economico  ( un granello di sabbia ),  ottennero un programma di riforestazione senza precedenti. Con pala e piccone scavarono delle trincee per trattenere l’acqua delle scarse piogge, seminarono alberi in piccoli vivai, concimarono e piantarono barriere per impedire che la terra fertile franasse, nella gran battaglia contro l’erosione. 

                Al giorno d’oggi la Mixteca è rifiorita, sono sorte sorgenti con più acqua, ci sono alberi e alimenti e la gente non emigra più. I loro sforzi sono stati ricompensati dal rinverdimento dei pendii aridi e dalle falde acquifere. Gli indici di emigrazione sono diminuiti proprio perchè si sono resi conto di potersi guadagnare da vivere a casa propria, come essi stessi dicono: “Un agricoltore è colui che può meglio di tutti capire le necessità e le possibilità di un altro agricoltore”. Anche l’introduzione di stufe a basso consumo di legna ha alleggerito il lavoro delle donne, non più costrette a percorrere lunghe distanze per prendere la legna.

                Sono riuciti a sviluppare un sistema di agricoltura sostenibile e organica rivalutando e conservando i semi originali del mais, senza uso di pesticidi. Hanno seminato una varietà caratteristica della zona, il mais “cajete”, che è tra le più resistenti alla siccità. Non è stato facile convincere la gente ad abbandonare l’uso di fertilizzanti da un momento all’altro. Fu necessario farlo un pò per volta, riducendo l’uso di fertilizzanti chimici e aumentando i concimi verdi, per non compromettere drasticamente la produzione. Dal momento che ognuno viveva con la sua porzione di terra, forzarli a cambiare drasticamente da un sistema all’altro avebbe potuto causare abbassamenti importanti nella produzione e demotivarli. Il cambiamento è stato graduale.

Risultati

                Successivamente è sorto  un movimento ed è stato  fondato il Centro di Sviluppo Integrale Agricolo della Mixteca, CEDICAM. In questo modo i contadini hanno incrementato la loro autonomia, la loro sovranità e sicurezza alimentare grazie ad un sistema di agicoltura integrale chiamato “sistema de milpa”, che combina differenti colture nello stesso campo. Questo sistema non produce certo le otto tonnellate per ettaro ottenibili con una monocoltura, cosa che comunque richiede un grande investimento in termini di  agenti chimici e di macchinari, però dà all’agricoltore 1800 chili di mais per la sua famiglia e per i suoi animali. Gli fornisce inoltre fagioli, zucche, insalata o qualsiasi altra cosa che sia stata seminata nella sua porzione di terreno . E tutto questo senza un grande investimento e utilizzando soltanto concimi verdi e semi del posto. E in più rimane un eccedente da vendere. 

                I contadini hanno seminato più di un milione di alberi e riforestato più di mille ettari. I loro programmi di agricoltura sostenibile hanno portato alla conservazione di almeno duemila ettari. Si sono potuti proteggere cinque milioni di ettari con terrazzamenti e muri di pietre, aumentando del 50 % la produzione agricola con una maggiore ritenzione di acqua nello strato superiore del terreno. Prima soltanto il 25-30% della terra era coltivabile, ora viene coltivato più dell’80%. Le trincee di contorno che trattengono le acque pluviali hanno aumentato dal 50 al 100% i livelli delle sorgenti. Tutto ciò ha migliorato enormemente la vita delle comunità di tutta la regione e conseguentemente ha ridotto l’emigrazione.

                In conseguenza di questo risultato raggiunto, nel 2009  è stato loro assegnato il Premio Ambientale Goldman, che ogni anno si dà  agli eroi popolari dell’ecologia. Questo progetto ha suscitato così tanto interesse che, attraverso il CEDICAM, questa esperienza per ciò che riguarda le tecniche di conservazione dell’acqua, le misure contro l’erosione e la pratica di un’agricoltura sostenibile viene condivisa in tutti i  fora indetti in tutto il Messico, il Centro America e i Caraibi, così come in svariate Università degli Stati Uniti. Essi sanno bene che a causa dei cambiamenti climatici, le inondazioni e la desertificazione colpiranno severamente gli agricoltori e, di conseguenza, la sicurezza alimentare. Di fronte a ciò molti agricoltori abbandoneranno le loro terre. Per questo motivo stanno diffondendo questo progetto affinchè sia sviluppato in altre comunità indigene.

Quale è stata la differenza di questo progetto vincente?

1) Non aveva l’affanno del guadagno e dello sfruttamento dell’altro, ma al contrario era orientato al bene comune. Per questo motivo la solidarietà e il granello di sabbia che ognuno ha messo hanno permesso lo sviluppo sostenibile della comunità.

2) Non c’è stato in loro individualismo, senso di proprietà privata, autoritarismo nè svalutazione delle esperienze locali. Questo gli ha permesso di “imparare facendo” attraverso la pratica concreta, appropriandosi di una metodologia di lavoro che ha incrementato le loro capacità, abilità e conoscenze per lo sviluppo comunitario.

3) Consci della loro ricchezza ancestrale, le popolazioni locali hanno unito le loro conoscenze, valorizzando e recuperando le loro metodiche tradizionali di coltivazione e la biodiversità alimentare della zona, cosa che gli ha permesso non soltanto di garantire la loro sicurezza alimentare e di migliorare il loro livello di nutrizione, ma anche di identificare e di costruire volta per volta nuove conoscenze generate dalla risoluzione dei problemi contingenti.

3.      LA SALVAGUARDIA DEL CREATO

                La Conferenza della Famiglia Francescana in occasione della Pentecoste del 2005 ci ha inviato lo scritto “Strumenti di Pace”[9], dal quale abbiamo estratto i seguenti passi:  

                Con le mani libere per abbracciare e per servire i lebbrosi (cfr. Test 1-3), Francesco e i suoi fratelli non avevano bisogno di nessuno strumento di difesa nè di armi, per proteggere dagli altri quello che possedevano (cfr. Leggenda dei tre compagni 35). Liberi da qualsiasi pretesa o rivendicazione,  la prima generazione di francescani non vedeva nell’altro un concorrente o un nemico ma, semplicemente, riconosceva in ciascuno un fratello e una sorella in Gesù Cristo. Lavorando (cfr. 1R 7, 1-9), vivendo in mezzo ai poveri e agli emarginati (cfr. 1R 9, 2), rifiutando il denaro (cfr. 1R 8, 1-12), nuova e brutale forma di capitalismo del tempo, Francesco e i suoi testimoniavano in maniera profetica la possibilità di un modo diverso di vivere uniti ed una società civile ed ecclesiale illuminata dal Vangelo di Gesù (Strumenti di Pace 3).

Il cammino difficile verso la pace

                Dopo il “secolo oscuro” di guerre feroci, di dittature brutali, di grave ed ingiusta disparità sociale tra il nord ed il sud del mondo e di guerra fredda, l’inizio del nuovo millennio era colmo di speranza e di entusiasmo per un tempo più pacifico e più giusto. Però già i primi anni di questo nuovo secolo ci hanno dimostrato la fragilità della convivenza dell’umanità e si sono aperte nuove crepe, che minacciano la pace del mondo e la ricostruzione del giusto equilibrio tra le nazioni. […] Da ultimo, le leggi spietate di un mercato che, in nome della libertà, subordina il valore della vita a quello economico, privilegiando pochi ed emarginando molti, condanna necessariamente ad un futuro senza speranza, soprattutto per le categorie più deboli: donne, bambini, anziani e ammalati. […] A volte sembra che i semi della pace vengano soffocati dagli interessi del potere politico ed economico, dalle strutture di ingiustizia e dal peccato personale. […] Nello spirito francescano, di fronte a tutte queste situazioni, noi non possiamo rimanere passivi o soltanto degli spettatori commossi, ma dobbiamo sentirci chiamati a seguire le orme di Gesù Cristo, che è venuto per “annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e la vista ai ciechi, per liberare gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18) (Strumenti di Pace 6).

                In questo momento migliaia di persone muoiono in tutto il mondo in conseguenza di comportamenti sbagliati di imprese internazionali, il cui unico fine è l’ottenimento di gustosi guadagni. Come francescani dobbiamo rifiutare tutte quelle attività che distruggono il nostro pianeta e che servono soltanto per generare ricchezza a pochi, che con la loro ambizione senza scrupoli pongono in pericolo tutta l’umanità.

Come promuovere la salvaguardia del creato, in un mondo in conflitto?

                Nel Capitolo Generale OFS, celebrato nel Novembre del 2008, la nostra cara ex Ministra Generale, la sorella Emanuela de Nunzio, approfondendo il tema dell’appartenenza all’Ordine, ci ricordava:  

                “A motivo delle condizioni preoccupanti in cui versa il nostro pianeta, si sta sviluppando una nuova sensibilità in relazione alle problematiche ecologiche: si impone la necessità di lottare per consegnare alle generazioni future un pianeta davvero abitabile, nella prospettiva offerta dal Creatore. Sorgono nuovi valori, nuovi sogni e nuovi comportamenti assunti da un numero crescente di persone e di comunità. Il principio fondante è la salvaguardia del Creato, principio che impegna ciascuno di noi. E’ evidente che a questo sforzo planetario deve contribuire ciascun Paese e ciascuna persona, secondo le proprie possibilità. Come francescani, oltre a rafforzare il nostro impegno personale di uno stile di vita sobrio (Regola 11 e CC.GG. 15.3), siamo anche chiamati a costruire, insieme a coloro che lavorano nella vigna del Regno, un mondo globalizzato dentro il quale tutti possano entrare, dove ci sia rispetto per la creazione, amore tra tutti e relazioni giuste che, quanto meno, permettano a tutti una vita degna. Così pure, prender sul serio la cura della creazione significa impegnarsi in distinti campi d’azione, ognuno in relazione con l’altro: dall’eliminazione degli armamenti nucleari ad un’inversione di tendenza in ciò che riguarda lo stile di vita, da una rigenerazione del poteri politico/economico/militare fino all’adozione della non violenza come modo di vivere la relazione con la creazione e con tutte le creature”[10].

                La sfida per noi francescani e francescane è sviluppare quest’altra forma di relazione con la natura e tra le nazioni. Si sente la chiamata a “tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per contribuire alla costruzione di un mondo più umano e giusto”. Dobbiamo sradicare la violenza sociale e ambientale del capitalismo e degli altri sistemi e regimi totalitari che stanno danneggiando l’ambiente. Per questo dobbiamo ristabilire i sistemi di produzione basati sul benessere comune e sul rispetto della creazione. I saperi ancestrali, la biodiversità e il suo utilizzo sostenibile sono temi di grande attualità e dovrebbero essere presenti in tutti i disegni di politica ambientale e di sviluppo sostenibile.Essi sono visti come un patrimonio naturale e culturale, però di fatto non hanno ancora la forza necessaria per diventare parte del motore delle economie nazionali, per mancanza di politiche pubbliche che individuino la catena produttiva per i prodotti ed i servizi che provengono dalla biodiversità dei territori indigeni. Si tratta solamente di essere coscienti e di impegnarsi con i gruppi che già stanno lavorando a questi temi.

4.      DOMANDE PER LA RIFLESSIONE E IL DIALOGO IN FRATERNITÀ

1.      Conoscete qualche francescano o francescana che sono impegnati in qualche movimento ecologista? Che opinione avete del lavoro che questo vostro fratello/sorella realizza?

2.      Conoscete qualche progetto ecologista che varrebbe la pena di appoggiare e/o di divulgare?

3.      Come potreste impegnarvi più concretamente nella salvaguardia del creato?

 

“Iniziate a fare ciò che è necessario; poi fate ciò che è possibile;

e tutt’a un tratto starete facendo l’impossibile"

5.    ALTRI DOCUMENTI E RIFERIMENTI

Ø      Pontificio Consiglio di giustizia e pace, Compendio de la Doctrina social de la Iglesia, Librería Editrice Vaticana, 2005, Internet (23.04.13): Compendio Dottrina Sociale

Ø      Regola dell’ OFS: www.francescanitor.org/resources/OFS/Spanish/Regla_OFS_ES.pdf

 

 


[1] Food and Agriculture Organization of the United Nations, Economic and Social Development Department, Hunger in the Face of Crisis, September 2009, Internet (23.04.2013): http://www.fao.org/economic/es-policybriefs/briefs-detail/en/c/35540/?no_cache=1

[2] PNUMA, 2011. Hacia una economía verde: Guía para el desarrollo sostenible y la erradicación de la pobreza - Síntesis para los encargados de la formulación de políticas, www.unep.org/greeneconomy, 2, Internet (26.04.2013): http://www.pnuma.org/eficienciarecursos/documentos/GER_synthesis_sp.pdf  

[3] Campos M., Economía verde, en Éxito empresarial, Consultora Ambiente y Desarrollo, CEGESTI, 151 (2010), p.2, Internet (23.04.2013):  http://www.cegesti.org/exitoempresarial/publicaciones/publicacion_151_060611_es.pdf

[4] Silvia R., Economía verde o economía fúnebre, Grupo ETC, in Revista soberanía alimentaria, biodiversidad y culturas, Internet (23.04.2013): http://revistasoberaniaalimentaria.wordpress.com/2012/04/10/economia-verde-o-economia-funebre/

[5] Pueblos indígenas preocupados por le economía verde en negociaciones hacia Rio+20, en Red Internacional de Estudios Interculturales, (o8.o5.2012), Internet (23.04.2013): http://blog.pucp.edu.pe/item/158370/mundo-pueblos-indigenas-preocupados-por-la-economia-verde-en-negociaciones-hacia-rio-20?

[6] Pontificio Consiglio della Giusticia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2005, 470, Internet (23.04.13): Compendio Dottrina Sociale

[7] Diaz-Salazar R., Vía Campesina, Justicia Global. Las alternativas de los movimientos del Foro de Porto Alegre, Icaria editorial e Intermón Oxfam, 2002, 87. 90.

[8] Cf. “Nobel de Ecología” por reverdecer la desértica Mixteca, en Ecogaia, La Revista del Desarrollo Sostenible, 28.03.2011, Internet (26.04.2013): http://www.ecogaia.com/nobel-de-ecologia-por-reverdecer-la-desertica-mixteca.html

[9] Strumenti di Pace, Lettera della Conferenza della Famiglia Francescana in occasione della Pentecoste 2005, Roma, 15.05.2005, Internet (26.04.2013): http://www.ofm.org/01docum/pen2005/pentita.pdf

[10] De Nunzio E., L’appartenenza all’OFS, Capitolo Generale dell’OFS,15-22.11.2008, Internet (26.04.2013): http://www.ciofs.org/doc/kia8/kia8it13.htm