BOLLETTINO INFORMATIVO
Consiglio Internazionale dell’OFS - Edizione Trimestrale
Vol. 2 - N. 4 - 2007 -
Dicembre

OMELIA DI MONS. SORRENTINO
PER IL CENTENARIO DI S. ELISABETTA

Santa Maria degli Angeli 17.11.07

La parola di Dio ha proposto alla nostra considerazione la bellezza di una donna virtuosa, il carisma di una vedova consacrata, l’incontro con il Signore presente nel povero.

Tre brani che scolpiscono la figura di S. Elisabetta. Tre brani che ella stessa ci aiuta a comprendere con la forza del suo vissuto.

Un vissuto che sta in modo speciale alle vostre origini e segna profondamente la vostra tradizione spirituale, carissimi fratelli e sorelle del Terz’Ordine Regolare e Secolare. Un vissuto che è un virgulto del carisma e della santità di Francesco. E’ bello che questo vostro ritrovarvi per l’VIII centenario della nascita di Elisabetta coincida anche con l’VIII centenario della conversione di Francesco, che la nostra Chiesa di Assisi sta vivendo con particolare intensità.

Fu dal movimento di Francesco, incamminatosi fin dagli inizi sulla via della missione, che partì l’impulso di grazia che raggiunse, nella lontana Turingia, la giovane Elisabetta. Nel 1221, in un capitolo generale tenutosi qui a Santa Maria degli Angeli, presente S.Francesco, alcuni frati si resero disponibili a partire per la Germania per impiantarvi l’ordine. Alcuni di essi si fermarono ad Eisenach, dove vivevano i principi Ludovico ed Elisabetta. Tra i primi frati tedeschi c’era il frate Ruggiero che fu la prima guida spirituale di S. Elisabetta.

Che cosa in particolare poté impressionare la giovane principessa, ricca di beni, di potere e di prospettive terrene, perché ella giungesse ad una scelta radicale di vita, fino ad incarnare la figura ascetica della penitente e ad avviare una spiritualità particolarmente segnata dalla dimensione penitenziale?

Com’è noto questa prospettiva risaliva a Francesco stesso, che nel suo Testamento racchiude tutta la sua avventura spirituale in questo concetto: "il Signore concesse a me di cominciare a far penitenza così.."

Dentro il concetto di penitenza non c’era solo, e nemmeno primariamente, il senso della rinuncia e dell’ascesi, ma la "metanoia", la conversione del cuore, la trasformazione della vita fino alla piena conformazione a Cristo.

La giovane principessa che cominciò ad ascoltare i figli di Francesco ebbe la possibilità di conoscere un cristianesimo che, proprio mentre prendeva sul serio le esigenze più radicali del vangelo, a partire dalla povertà, non era tuttavia un cristianesimo dai toni tristi, dalle separazioni manichee. Era piuttosto il cristianesimo della letizia e del canto, la scoperta del volto paterno di Dio nell’umanità dolce e misericordiosa del figlio fatto carne, un cristianesimo che cantava lo splendore di Dio presente nel mondo.

La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita appunto a guardare ad Elisabetta alla luce della bellezza. Che cosa sia la bellezza non è facile da dire. Essendo più un’esperienza che un’idea, la bellezza è anche diversamente interpretata. Il brano tratto dal libro del Siracide ci dà un’indicazione che lega intimamente la bellezza alla virtù. Bontà e bellezza si richiamano. In ultima analisi esse fanno capo a Dio stesso, sommo bene e somma bellezza. La bellezza di Dio rifulge nel creato, e nell’uomo si riflette, nella misura in cui si vive in Dio. Hanno sapore poetico le parole che abbiamo ascoltato: "Il sole risplende sulle montagne del Signore, la bellezza di una donna virtuosa adorna la sua casa". Elisabetta fu innanzitutto questa donna virtuosa. Se oggi ad essa possono guardare come ad un’ispiratrice tanti di voi che vivono il carisma francescano nella vita ordinaria di una famiglia, di una professione, di una esistenza spesa tra le cose del mondo, è proprio perché entra pienamente nel disegno di Dio questa vocazione secolare, che fa vivere il valore del mondo, tenendo lo sguardo fisso su Dio.

La seconda lettura ci dà un’altra indicazione, che riguarda più specificamente le vedove consacrate. Al di là della specifica categoria di persone interessate, con questo tema siamo ad un altro dono della vita spirituale, che mette in evidenza il valore e la bellezza della vita contemplativa. Non avrebbe forse avuto difficoltà Elisabetta, dopo la morte del marito, a trovarne un altro. Ma il Signore aveva preparato per lei un dono ulteriore, di bellezza in bellezza. "Ad summam tendens perfectionem", annota il biografo. Elisabetta si sente chiamata al vertice della perfezione. E così,in una chiesa francescana di Eisenach, dove lei stessa aveva chiamato i frati minori, posa le mani sull’altare spoglio del venerdì santo. E’ il 24 marzo del 1227. Rinuncia alle cose del mondo, per dedicarsi a Dio solo. Qualche mese dopo, per le mani di frate Burcardo, celebrante Maestro Corrado, riceve l’abito della penitenza. Si tratta di una professione religiosa da vivere non tra le mura di un convento, ma nel ritmo ordinario della vita, componendo azione e contemplazione, la dimensione di "Maria" e quella di Marta", per evocare le parole di Gesù a Marta di Betania sulla contemplazione come "unum necessarium". La Chiesa del nostro tempo ha riscoperto i valori della laicità e della secolarità, come valori che vengono da Dio. Ma la contemplazione è ciò che dà a tutto senso e pienezza. La storia è fatta necessariamente di cose penultime che trovano la loro pienezza in quelle ultime. Dio è il primo e l’ultimo. La scelta di S. Elisabetta ricorda che solo lui può riempire il cuore.

L’ultima lettura ci propone la grande pagina della carità, in cui Cristo si identifica con ogni fratello e sorella che ha bisogno del nostro aiuto. Giovanni Paolo II scrisse che questa pagina ha non solo un grande valore etico, ma anche un senso cristologico. E’ come dire che ci presenta il mistero di Gesù, ci aiuta a capire la profondità dell’incarnazione. Ben lo comprese Francesco, quando abbracciò il lebbroso. In quel fratello egli abbracciò Cristo, e si inverò per lui, nella condivisione della sofferenza, la contemplazione che egli amava fare davanti al crocifisso di S. Damiano e soprattutto di fronte alla presenza eucaristica di Cristo.

Anche in questo Elisabetta di Ungheria è "emula di S. Francesco", come disse Giovanni Paolo II (lettera al vescovo di Fulda, Osservatore Romano 18.09,1981). E’ noto infatti quanto in lei rifulgesse la carità, che la portò, ancora vivente il marito, a costruire diversi ospedali, e infine a spendersi nell’ospedale di Marburg curando gli ammalati come Cristo stesso.

Carissimi fratelli e sorelle, come non vedere la bellezza e l’urgenza di questo messaggio per il nostro tempo? Francesco da un lato, con la sua conversione, ed Elisabetta dall’altro, in questo centenario che ne ricorda la figura, ci invitano a prendere sul serio il messaggio evangelico e a tradurlo in impegno di vita. Il mondo d’oggi ha più che bisogno di questa testimonianza. Ce lo ha ricordato il 17 giugno scorso Benedetto XVI, fattosi qui pellegrino sulle orme di Francesco. Oggi lo ricordiamo anche nel contesto dell’impegno spirituale della nostra Chiesa di Assisi, che quest’anno vive l’impegno di conversione soprattutto in rapporto al valore della comunione. Dobbiamo convertirci all’amore di Cristo, dobbiamo convertirci all’amore fraterno.

Io sono felice di poter celebrare con voi la gioia di questo centenario, facendovi auguri di santità, e mettendo sull’altare del Signore il comune impegno a seguire fedelmente l’esempio di Francesco e di Elisabetta di Ungheria.

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