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BOLLETTINO INFORMATIVO 2006 II |
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2. Impegno e responsabilità Di Emanuela De Nunzio
L’impegno e la responsabilità del laicato cattolico nelle sue varie espressioni deve tendere, oggi più che mai, a render presente capillarmente, nelle dimensioni concrete della vita quotidiana (famiglia, affetti, lavoro e tempo libero) il volto di una Chiesa amica e missionaria, che renda in qualche modo tangibile l’amore di Dio per gli uomini e li aiuti ad avere speranza e fiducia nella vita. Si tratta, in altri termini, di diventare sempre più profondamente partecipi della vita e della missione della Chiesa e proprio per questo capaci di animare e orientare in senso cristiano il tessuto sociale a cui apparteniamo. Credo che per noi Francescani secolari questo cammino è tracciato nel n. 6 della nostra Regola, dove recita "Sepolti e resuscitati con Cristo nel Battesimo, che li rende membri vivi della Chiesa, e ad essa più fortemente vincolati per la Professione, si facciano testimoni e strumenti della sua missione tra gli uomini, annunciando Cristo con la vita e con la parola". Da questo precetto della Regola scaturiscono tre impegni, con le responsabilità che vi sono collegate: la contemplazione, la testimonianza e la missione. Cos’è, infatti, contemplazione se non guardare alla vita con lo sguardo di Cristo, trasformando le persone, le cose, i fatti di ogni giorno in snodi cruciali di una esaltante "strada di santità"? Cos’è testimonianza se non contribuire alla costruzione di un "mondo più giusto e fraterno" con l’amore contagioso della parola di Cristo, comunicata agli uomini attraverso la pazienza del dialogo, dell’ascolto, della comprensione? E cos’è missione se non farsi quotidiani operai di Cristo per portare il "fermento evangelico" nel grande cantiere della storia? Primo impegno: incessante dialogo con Dio "Come Gesù fu il vero adoratore del Padre, così (i francescani secolari) facciano della preghiera e della contemplazione l’anima del proprio essere e del proprio operare". Questo articolo della Regola OFS (n. 8, primo capoverso) è il punto di partenza per ogni riflessione sulla nostra identità. E’ il punto di partenza perché, se non ci fosse la preghiera ad animarla, la Fraternità OFS non avrebbe ragione di esistere: potrebbe essere un qualsiasi gruppo di socializzazione tra persone che hanno comuni interessi, oppure un gruppo di filantropi che intendono dedicarsi ad opere di solidarietà verso qualche categoria di bisognosi. E’ la preghiera che ci permette di avvertire la ricchezza della Sua presenza. In un dialogo incessante con Dio portiamo a lui la nostra storia, le nostre realtà, le sofferenze, le gioie, le speranze del mondo. Questa è la nostra caratteristica: sentirci immersi in questo incessante dialogo, che ci riannoda a Dio, che ci tiene legati costantemente a Lui. Ma non per godere in modo egoistico, rasserenante e sicuro ciò che noi da Lui riceviamo, ma perché quanto il Signore ci dona noi lo condividiamo, lo manifestiamo, lo portiamo agli altri. Dalla preghiera alla testimonianza della carità Dalla preghiera adorante rivolta a Dio sgorga l’esigenza della carità fraterna, che spinge ad aprirsi agli altri e a trovare tutti gli strumenti e i modi adeguati per il loro bene. Ammessi, attraverso la preghiera, a contemplare il volto di Dio non possiamo non sentire il bisogno e l’urgenza di scoprire il Suo volto anche nel volto sofferente e rovinato e deturpato di tanti nostri fratelli. Ed ecco il gesto del servizio, dell’amore, della carità, della condivisione, del farsi carico, del trasformarsi – secondo la parabola evangelica – in buoni samaritani di tanti fratelli che giacciono ai margini delle nostre strade, ai margini della storia, perché non c’è nessuno che dia loro quel diritto di cittadinanza che, come figli di Dio, spetta anche a loro. Leggiamo nel Vangelo (Gv. 6, 9-18) che Gesù non solo si è preoccupato della fame degli uomini ma ha anche chiesto la collaborazione di un ragazzo con cinque pani e due pesci. E’ in questa collaborazione che si manifesta l’impegno del cristiano nel costruire concretamente il Regno di Dio, che non è soltanto nell’aldilà. Ciò vale ancora di più, se è possibile, per i Francescani Secolari , chiamati a "ridurre le esigenze personali per poter meglio condividere i beni spirituali e materiali con i fratelli, soprattutto con gli ultimi" (CC. GG. Art. 15.3).
Annunziare il dono di Dio Dopo la preghiera che contempla, che adora, che ringrazia, che invoca, che intercede; dopo la carità che si fa servizio, si fa attenzione, si fa premuroso impegno nel sostenere chi è lontano, chi è solo, chi è messo da parte; la terza linea di impegno del francescano secolare è la missione: andare e portare la gioia del Signore Risorto e la ricchezza della parola che Egli consegna alla Chiesa. Molti di noi ricordano il famoso discorso che l’apostolo Paolo fa nell’areopago di Atene. Paolo, che è un innamorato di Cristo, deve portare Cristo dovunque e allora va nella tana del lupo. Sceglie proprio l’areopago di Atene, il luogo dove i filosofi dibattono i grandi temi dell’esistenza, e li sfida sul loro terreno. Inizia il suo discorso ricorrendo alla citazione di un filosofo greco di nome Creante: " In Dio noi ci muoviamo, agiamo e siamo" e prosegue: "Io vi rivelo questo Dio, questo Dio che si è manifestato in Cristo Gesù, che è risorto; noi risorgeremo". All’udire questo, al sentir parlare di resurrezione dei morti, i filosofi, che inizialmente si erano lasciati catturare dal discorso di Paolo, gli chiudono la porta in faccia: "Ti sentiremo un’altra volta". Anche noi dobbiamo avere il coraggio di rischiare. Come Paolo potremo essere accolti o rifiutati, ma sappiamo che questa è la posizione dei discepoli di Cristo. Non possiamo più rimanere soltanto tra di noi, non possiamo garantirci una esperienza che possa dare gioia spirituale alla nostra vita, ma forse non rende possibile la trasmissione del dono e della ricchezza che, nel dialogo con Dio, ci è stata comunicata. Quello che abbiamo ricevuto non è solo per noi, è per donarlo anche agli altri e per trasmetterlo da una generazione all’altra. A questi tre punti vorrei solo aggiungere una breve riflessione sulla responsabilità. Noi laici, chiamati a vivere il cristianesimo in questo mondo, siamo invitati ad intensificare il nostro impegno di costruire comunione, di dissociarci da chi propone un cristianesimo individualistico e magari anche celebrazioni tagliate su misura, ma invece a promuovere la partecipazione attiva in uno spirito di condivisione e di ministerialità diffusa, imparando ad aprirci agli altri in uno scambio di reciproca fiducia. Solo questo atteggiamento consentirà l’incontro con gli uomini, soprattutto con i "diversi", lontani per cultura, fede religiosa, esperienza di vita. Nel n. 93 della Gaudium et spes, si legge: « I cristiani…hanno un compito immenso da adempiere su questa terra: di esso dovranno rendere conto a Colui che tutti giudicherà nell’ultimo giorno". Anche per noi francescani secolari il grande compito nei confronti del mondo è quello di servirlo con un ministero umile ma intenso; non gridato ma silenzioso; sincero e leale nonostante i nostri limiti perché frutto di una vocazione ricevuta, da cui non possiamo allontanarci senza perdere la nostra identità.
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