Consiglio Internazionale dell'OFS - Edizione settimanale
Volume: 6 - N. 8 - 2000 - febbraio - IV
Da: Bollettino CIOFS, 1999, N. 2
Tra le novità apparse nella Chiesa con il Concilio Vaticano II, una delle più importanti e, starei per dire, rivoluzionarie è stata la riscoperta della dignità dei laici e il loro reinserimento come soggetti attivi nella Chiesa.
Nel Decreto sull'apostolato dei laici leggiamo che essi -- condividendo la missione di Cristo sacerdote, profeta e re -- partecipano efficacemente alla vita e alla azione della Chiesa. E si aggiunge che la loro attività all'interno delle comunità ecclesiali è talmente necessaria che, senza di essa, lo stesso apostolato dei pastori non può ottenere il suo pieno effetto ("Apostolicam Actuositatem", n. 10).
La Regola dell'OFS, in piena sintonia con gli orientamenti conciliari, ci invita a farci "testimoni e strumenti" della missione della Chiesa, ispirandoci a Francesco d'Assisi che si sentì chiamato dal Crocifisso di S. Damiano a "ricostruire la Chiesa".
Sul nostro dovere di essere attivamente presenti nella Chiesa locale, non ci sono più dubbi o discussioni. Sul piano pratico, però, si incontrano talvolta delle difficoltà e delle contraddizioni. Ne ho avuto conferma durante la visita fatta recentemente nei Paesi del Centro America, dove i responsabili nazionali e regionali manifestavano la preoccupazione di non riuscire a sviluppare programmi di formazione e a intensificare la vita fraterna a causa dell'eccesso di attività e di compiti di cui i francescani secolari si fanno carico. Sono ministri straordinari dell'Eucaristia, sono ministri della Parola, sono coinvolti nelle varie attività sociali della Chiesa locale e, un po' per volta, tutto il loro tempo disponibile ne è assorbito. La presenza agli incontri della Fraternità? "Non posso, perché devo adempiere a un altro servizio." La partecipazione a un ritiro o a un seminario di formazione? "Non posso, perché nei fine settimana il Parroco ha bisogno di me." L'elezione a un incarico nella Fraternità? "Non posso accettare, perché sono già Presidente di questo, Segretario di quello...". E così via.
Si cade in un eccesso di attivismo, che non lascia sufficiente "spazio vitale" in cui stare insieme con lo stile e le forme proprie di un'autentica Fraternità. Questa ha bisogno, per esistere e per svilupparsi, di condivisione, di revisioni di vita, di tempi di preghiera, e di formazione e anche di momenti ricreativi comuni. Ha bisogno di essere il luogo in cui ci si aiuta l'un l'altro ad imparare a dialogare, a comunicare per sostenersi nelle difficoltà, a pregare meglio. Ha bisogno di essere il luogo in cui deve farsi tangibile la "comunione fraterna" e in cui si è chiamati ad essere responsabili l'uno della crescita dell'altro.
Vorrei ricordarvi l'art. 30.2 delle Costituzioni Generali: "Il senso di corresponsabilità esige la presenza personale, la preghiera, la collaborazione attiva secondo le possibilità di ciascuno, e gli eventuali impegni nell'animazione della Fraternità". E badate bene che solo in questo articolo delle Costituzioni troviamo questo verbo così forte: "esige": tutti gli altri articoli hanno una forma esortativa e non tassativa.
A questo punto mi chiederete: come possono fare i francescani secolari ad impegnarsi a "riparare la chiesa" con quella creatività e corresponsabilità verso le quali la Regola Paolina ci sollecita? Si tratta certamente di un problema vitale e delicato, che richiede attento discernimento del Consiglio e dell'intera Fraternità perché la situazione deve essere valutata nel concreto, nelle singole realtà locali.
Io vorrei fare solo alcune considerazioni generali.
La prima è che un certo individualismo, tipico della cultura moderna, si è introdotto in maniera più o meno scoperta nella nostra vita. Le attività apostoliche troppo individuali ne sono un segno. Tanti fratelli e sorelle scelgono percorsi e impegni apostolici prescindendo completamente da quelli della Fraternità. La Fraternità, dal suo canto, incontra grosse difficoltà a intraprendere e a portare avanti un impegno apostolico comunitario proprio per l'indisponibilità dei singoli membri.
Ho l'impressione che molti di noi trovano più gratificante un impegno apostolico scelto di propria iniziativa o al quale si viene invitati come singola persona, piuttosto che inserirsi, in modo più o meno anonimo, in una attività comunitaria. E dove va a finire la "minorità" francescana? Senza contare che niente può cementare e rinsaldare la fraternità quanto un lavoro fatto insieme, condividendo pene e soddisfazioni, successi e fallimenti, gioie e delusioni. Un lavoro fatto insieme offre la possibilità di consigliarsi, di sostenersi reciprocamente, di verificare le proprie esperienze, di integrare i doni e le capacità di ciascuno con quelli, sempre diversi, del confratello.
All'impegno comunitario dovrebbero essere subordinati, o almeno coordinati, quelli che il singolo ritenga eventualmente di assumersi individualmente, sempre in dialogo con il Consiglio e con la Fraternità.
Rileggiamo insieme l'art. 102.1 delle Costituzioni Generali: "Le Fraternità (badate bene: non dice "i francescani secolari") ... cerchino di cooperare nell'animazione della comunità parrocchiale, della liturgia e delle relazioni fraterne; si integrino (il soggetto sono sempre le Fraternità!) nella pastorale d'insieme, con preferenza per le attività più congeniali alla tradizione e alla spiritualità francescana secolare." Penso che in questo articolo ci sia ancora motivo di riflessione per molte Fraternità dell'OFS.
Una seconda considerazione riguarda l'art. 100.3 delle CC.GG.: "La fedeltà al proprio carisma, francescano e secolare, e la testimonianza di sincera e aperta fratellanza sono il loro principale servizio alla Chiesa, che è comunità di amore. Siano in essa riconosciuti per il loro "essere", dal quale scaturisce la loro missione."
Anche qui, se mi permettete, vorrei fare riferimento ad un'esperienza personale. Ero a New York e mi intervistavano per una rivista cattolica americana. La prima domanda che mi rivolse il giornalista fu: "Voi francescani secolari cosa fate?" C'era dietro la domanda, un riflesso della nostra cultura utilitaristica e tecnocratica, che tende a valutare l'importanza delle cose e delle stesse persone in rapporto alla loro immediata funzionalità. La cosa mi diede quasi fastidio e replicai: "La domanda è mal posta. Mi chieda chi siamo, e poi potremo parlare anche di quello che facciamo".
Se è vero che i carismi sono doni che lo Spirito Santo fa alla sua Chiesa per il bene comune, i francescani secolari devono sentire la responsabilità di far risplendere questo dono nella Chiesa locale in cui vivono e operano. Ecco la priorità dell' "essere" rispetto al "fare".
Anche i Ministri Generali Francescani, nella Lettera sulla "Vocazione e missione dei fedeli laici francescani nella Chiesa e nel mondo " (1989) ci invitavano "ad approfondire la vocazione francescana secolare, in maniera che vi sia armoniosa coerenza tra l'affermazione vigorosa della propria identità come associazione pubblica e la presenza operosa e cordiale nella Chiesa particolare: tale rapporto non dovrà assumere lo stile di un compromesso di circostanza, ma deve scaturire dalla medesima radice vocazionale."
E poi, nell'articolo citato, c'è la "testimonianza della fraternità". Un recente documento raccomanda ai religiosi di non dimenticare che la comunione fraterna, in quanto tale, è già apostolato e contribuisce all'opera di evangelizzazione. Credo che la raccomandazione valga anche per noi francescani secolari.
Sarebbe meraviglioso se anche delle nostre Fraternità si potesse dire, come delle prime comunità cristiane, "vedete come si amano"!