LISTA C I O F S

Consiglio Internazionale dell'OFS - Edizione settimanale

Volume: 6 - N. 4 - 2000 - gennaio - I

Da: http://Vatican.va


Messaggio di sua santità Giovanni Paolo II per la celebrazione della giornata mondiale della pace
Con la guerra, è l'umanità a perdere
La vocazione ad essere un'unica famiglia
I crimini contro l'umanità
Il diritto all'assistenza umanitaria
L'"ingerenza umanitaria"

MESSAGGIO DI SUA SANTITA' GIOVANNI PAOLO II PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° Gennaio 2000

(Parte I)

"PACE IN TERRA AGLI UOMINI, CHE DIO AMA!"

1. E questo l'annuncio degli Angeli che, 2000 anni fa, accompagnò la nascita di Gesù Cristo (cfr Lc 2,14) e che sentiremo risuonare gioiosamente nella santa notte di Natale, quando verrà solennemente aperto il Grande Giubileo.

Questo messaggio di speranza che giunge dalla grotta di Betlemme vogliamo riproporre all'inizio del nuovo Millennio: Dio ama tutti gli uomini e le donne della terra e dona loro la speranza di un tempo nuovo, un tempo di pace. Il suo amore, pienamente rivelato nel Figlio fatto carne, è il fondamento della pace universale. Accolto nell'intimo del cuore, esso riconcilia ciascuno con Dio e con se stesso, rinnova i rapporti tra gli uomini e suscita quella sete di fraternità capace di allontanare la tentazione della violenza e della guerra.

Il Grande Giubileo è indissolubilmente legato a questo messaggio di amore e di riconciliazione, che interpreta le più autentiche aspirazioni dell'umanità del nostro tempo.

2. Nella prospettiva di un anno così carico di significato, a tutti rinnovo cordialmente l'augurio di pace. A tutti dico che la pace è possibile. Essa va implorata come un dono di Dio, ma anche, col suo aiuto, costruita giorno per giorno attraverso le opere della giustizia e dell'amore.

Sono certamente tanti e complessi i problemi che rendono arduo e spesso scoraggiante il cammino verso la pace, ma essa è un'esigenza profondamente radicata nel cuore di ogni uomo. Non si deve pertanto affievolire la volontà di ricercarla. A fondamento di tale ricerca dev'esserci la consapevolezza che, per quanto segnata dal peccato, dall'odio e dalla violenza, l'umanità è chiamata da Dio a formare un'unica famiglia. Questo disegno divino va riconosciuto e assecondato, promuovendo la ricerca di relazioni armoniose tra le persone e i popoli, in una cultura condivisa di apertura al Trascendente, di promozione dell'uomo, di rispetto della natura.

Questo è il messaggio del Natale, questo il messaggio del Giubileo, questo il mio augurio all'inizio di un nuovo Millennio.

Con la guerra, è l'umanità a perdere

3. Nel secolo che ci lasciamo alle spalle, l'umanità è stata duramente provata da una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di "pulizie etniche" , che hanno causato inenarrabili sofferenze: milioni e milioni di vittime, famiglie e paesi distrutti, maree di profughi, miseria, fame, malattie, sottosviluppo, perdita di immense risorse. Alle radici di tanta sofferenza c'è una logica di sopraffazione, nutrita dal desiderio di dominare e di sfruttare gli altri, da ideologie di potenza o di utopismo totalitario, da insani nazionalismi o antichi odi tribali. Talvolta alla violenza brutale e sistematica, diretta persino allo sterminio totale o all'asservimento di interi popoli e regioni, è stato necessario opporre una resistenza armata.

Il secolo XX ci lascia in eredità soprattutto un monito: le guerre sono spesso causa di altre guerre, perché alimentano odi profondi, creano situazioni di ingiustizia e calpestano la dignità e i diritti delle persone. Esse, in genere, non risolvono i problemi per i quali vengono combattute e pertanto, oltre ad essere spaventosamente dannose, risultano anche inutili. Con la guerra, è l'umanità a perdere. Solo nella pace e con la pace si può garantire il rispetto della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti.(1)

4. Di fronte allo scenario di guerra del secolo XX, l'onore dell'umanità è stato salvato da coloro che hanno parlato e lavorato in nome della pace.

È doveroso ricordare quanti, innumerevoli, hanno contribuito all'affermazione dei diritti umani e alla loro solenne proclamazione, alla sconfitta dei totalitarismi, alla fine del colonialismo, allo sviluppo della democrazia, alla creazione di grandi organismi internazionali. Esempi luminosi e profetici ci hanno offerto coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al valore della non-violenza. La loro testimonianza di coerenza e fedeltà, giunta spesso fino al martirio, ha scritto pagine splendide e ricche di insegnamenti.

Tra coloro che hanno operato in nome della pace non vanno dimenticati gli uomini e le donne il cui impegno ha reso possibili grandi progressi in tutti i campi della scienza e della tecnica, consentendo di vincere tremende malattie, di migliorare e di prolungare la vita.

Non posso poi non menzionare gli stessi miei Predecessori, di venerata memoria, che hanno guidato la Chiesa nel XX secolo. Con il loro altissimo magistero e la loro infaticabile opera, hanno orientato la Chiesa nella promozione di una cultura di pace. Quasi ad emblema di questa multiforme opera si pone la felice e lungimirante intuizione di Paolo VI che, l'8 dicembre 1967, istituì la Giornata Mondiale della Pace. Di anno in anno, essa è andata consolidandosi come feconda esperienza di riflessione e di comune progettualità.

La vocazione ad essere un'unica famiglia

5. "Pace in terra agli uomini, che Dio ama!". L'augurio evangelico ci suggerisce un'accorata domanda: sarà all'insegna della pace e di una ritrovata fraternità tra gli uomini e i popoli il secolo che inizia? Non possiamo certo prevedere il futuro. Possiamo però stabilire un esigente principio: ci sarà pace nella misura in cui tutta l'umanità saprà riscoprire la sua originaria vocazione ad essere un'unica famiglia, in cui la dignità e i diritti delle persone - di qualunque stato, razza, religione - siano affermati come anteriori e preminenti rispetto a qualsiasi differenziazione e specificazione.

Da tale consapevolezza può ricevere anima, senso e orientamento l'attuale contesto mondiale, contrassegnato dai dinamismi della globalizzazione. In tali processi, pur non privi di rischi, sono presenti straordinarie e promettenti opportunità, proprio in vista della meta di fare dell'umanità una sola famiglia, fondata sui valori della giustizia, dell'equità, della solidarietà.

6. Occorre per questo compiere un capovolgimento di prospettiva: su tutto deve prevalere non più il bene particolare di una comunità politica, razziale o culturale, ma il bene dell'umanità. Il perseguimento del bene comune di una singola comunità politica non può essere in contrasto con il bene comune dell'umanità intera, espresso nel riconoscimento e nel rispetto dei diritti umani, sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948. Devono essere superate, pertanto, le concezioni e le pratiche, spesso condizionate e determinate da forti interessi economici, che subordinano al dato ritenuto assoluto della nazione e dello Stato ogni altro valore. Le divisioni e differenziazioni politiche, culturali e istituzionali in cui si articola ed organizza l'umanità sono, in questa prospettiva, legittime nella misura in cui si armonizzano con l'appartenenza alla famiglia umana e con le esigenze etiche e giuridiche che ne derivano.

I crimini contro l'umanità

7. Da questo principio scaturisce una conseguenza di enorme portata: chi offende i diritti umani offende la coscienza umana in quanto tale, offende l'umanità stessa. Il dovere di tutelare tali diritti trascende, pertanto, i confini geografici e politici entro cui essi sono conculcati. I crimini contro l'umanità non si possono considerare affari interni di una nazione. L'avviata istituzione di un Tribunale Penale Internazionale chiamato a giudicarli, dovunque e comunque avvengano, è un passo importante in tal senso. Dobbiamo rendere grazie a Dio se continua a crescere, nella coscienza dei popoli e delle nazioni, la convinzione che i diritti umani non hanno frontiere, perché universali e indivisibili.

8. Nel nostro tempo sono andate diminuendo le guerre tra gli Stati. Questo dato, di per sé consolante, è tuttavia fortemente ridimensionato se si considerano i conflitti armati che si sviluppano all'interno degli Stati. Essi sono purtroppo assai numerosi, presenti praticamente in tutti i Continenti, e non di rado violentissimi. Hanno per lo più lontani motivi storici di natura etnica, tribale o anche religiosa, ai quali, attualmente, si sommano altre ragioni di natura ideologica, sociale ed economica.

Questi conflitti interni, generalmente combattuti con un uso impressionante di armi di piccolo calibro o di armi cosiddette "leggere", ma in realtà straordinariamente micidiali, hanno spesso gravi implicazioni che vanno al di là dei confini dello Stato, coinvolgendo interessi e responsabilità esterne. Pur essendo vero che, per il loro alto grado di complessità, risulta molto difficile comprendere e valutare le cause e gli interessi in gioco, un dato emerge in modo incontrovertibile: le conseguenze più drammatiche di questi conflitti sono patite dalle popolazioni civili, a motivo anche della pratica inosservanza sia delle comuni leggi che delle stesse leggi di guerra. Lungi dall'essere protetti, i civili sono spesso il primo obiettivo delle forze opposte, quando essi stessi non vengono coinvolti in dirette azioni armate dentro una perversa spirale che li vede, nello stesso tempo, vittime e carnefici di altri civili.

Troppi, e troppo orribili, sono stati, e continuano ad essere, i sinistri scenari in cui bambini, donne, anziani inermi, colpevoli di nulla, diventano, loro malgrado, le vittime designate dei conflitti che insanguinano i nostri giorni; davvero troppi, per non sentire che è arrivato il momento di cambiare strada, con decisione e con grande senso di responsabilità.

Il diritto all'assistenza umanitaria

9. In ogni caso, di fronte a situazioni tanto drammatiche quanto complesse, va affermato, contro tutte le presunte "ragioni" della guerra, il valore preminente del diritto umanitario e pertanto il dovere di garantire il diritto all'assistenza umanitaria delle popolazioni sofferenti e dei rifugiati.

Il riconoscimento e l'effettivo soddisfacimento di questi diritti non devono sottostare a interessi di qualche parte in conflitto. Si impone al contrario il dovere di individuare tutti quei modi, istituzionali e non, che possono concretizzare al meglio le finalità umanitarie. La legittimazione morale e politica di tali diritti risiede, infatti, nel principio per cui il bene della persona umana viene prima di tutto e trascende ogni umana istituzione.

10. Voglio qui riaffermare il mio profondo convincimento che, di fronte ai moderni conflitti armati, lo strumento del negoziato tra le parti, con opportuni interventi di mediazione e pacificazione posti in atto da organismi internazionali e regionali, assume la massima rilevanza, sia al fine di prevenire i conflitti stessi, sia, una volta che siano scoppiati, per farli cessare, ristabilendo la pace attraverso un'equa composizione dei diritti e degli interessi in gioco.

Questo convincimento sul ruolo positivo di organismi di mediazione e pacificazione va esteso alle organizzazioni umanitarie non governative e a quelle religiose che, con discrezione e senza calcoli, promuovono la pace tra i differenti gruppi, aiutano a vincere antichi rancori, a riconciliare nemici e ad aprire la strada verso un futuro nuovo e comune. Mentre rendo omaggio alla loro nobile dedizione alla causa della pace, desidero rivolgere un pensiero di commosso apprezzamento a tutti coloro che hanno dato la vita affinché altri potessero vivere: per essi elevo a Dio la mia preghiera ed invito pure i credenti a fare altrettanto.

L'"ingerenza umanitaria"

11. Evidentemente, quando le popolazioni civili rischiano di soccombere sotto i colpi di un ingiusto aggressore e a nulla sono valsi gli sforzi della politica e gli strumenti di difesa non violenta, è legittimo e persino doveroso impegnarsi con iniziative concrete per disarmare l'aggressore. Queste tuttavia devono essere circoscritte nel tempo e precise nei loro obiettivi, condotte nel pieno rispetto del diritto internazionale, garantite da un'autorità riconosciuta a livello soprannazionale e, comunque, mai lasciate alla mera logica delle armi.

Occorrerà per questo fare il massimo e il migliore uso di quanto previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, definendo ulteriormente strumenti e modalità efficaci di intervento nel quadro della legalità internazionale. A tal proposito, la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite deve offrire a tutti gli Stati membri un'equa opportunità di partecipare alle decisioni, superando privilegi e discriminazioni che ne indeboliscono il ruolo e la credibilità.

12. Si apre qui un campo di riflessione e di deliberazione nuovo sia per la politica che per il diritto, un campo che tutti auspichiamo venga coltivato con passione e con saggezza. È necessario e non più procrastinabile un rinnovamento del diritto internazionale e delle istituzioni internazionali che abbia nella preminenza del bene dell'umanità e della persona umana su ogni altra cosa il punto di partenza e il criterio fondamentale di organizzazione. Tale rinnovamento è tanto più urgente se consideriamo il paradosso della guerra nel nostro tempo, qual è emerso anche in recenti conflitti, dove al massimo della sicurezza degli eserciti corrispondevano sconcertanti condizioni di pericolo delle popolazioni civili. In nessun tipo di conflitto è legittimo trascurare il diritto dei civili all'incolumità.

Al di là poi delle prospettive giuridiche e istituzionali, per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, chiamati ad impegnare se stessi per la pace, resta fondamentale il dovere di sviluppare strutture di pace e strumenti di non violenza, di fare tutti i possibili sforzi per portare quelli che sono in conflitto al tavolo del negoziato.

Dal Vaticano, 8 dicembre dell'anno 1999.

Note:

(1) Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, n. 1.