PRESENTI NELLA VITA PUBBLICA

Mariano Bigi OFS

"-I francescani secolari siano presenti nel campo della vita pubblica; collaborino, per quanto é loro possibile, alla emanazione di leggi e ordinamenti giusti-" (Cost. 22).

Per una lettura valida e proficua delle Costituzioni dell'OFS è certamente utile il metodo di considerarne i singoli articoli in un contesto più vasto e generale, poiché in esso le enunciazioni particolari trovano più esauriente comprensione.

Così l'articolo 22 rinvia, attraverso una citazione testuale, al n.15 della Regola che ne rappresenta, sul piano verticale, la matrice immediata; mentre, sul piano orizzontale, è evidente il rapporto che lo lega agli articoli dal 18 al 23, particolarmente in quei paragrafi che riguardano l'atteggiamento dei francescani secolari nei confronti della vita politica e sociale; soprattutto va considerata l'affermazione dell'articolo 20,1: "-impegnati a edificare il regno di Dio nelle realtà e attività temporali, i francescani secolari, per vocazione, vivono come realtà inseparabile la loro appartenenza alla Chiesa e alla società-", che può considerarsi una delle più esplicite e fondamentali proposizioni intorno alla secolarità francescana.

Al di là di queste coordinate interne alla legislazione dell'OFS va sempre e nuovamente ricordato l'insegnamento conciliare sulla vocazione propria dei laici a "-cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio-" e sull'indole secolare come "-propria e peculiare dei laici-" (cf. LG 31b); oppure, in tempi più vicini a noi, quello della Christifideles laici: "-Per animare cristianamente l'ordine temporale, nel senso di servire la persona e la società, i fedeli laici non possono affatto abdicare alla "politica", ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune-" (n 42).

L'art. 15 della Regola e l'art. 22 delle Costituzioni hanno innanzi tutto un valore storico : segnano la fine di una mentalità riduttiva in ordine all'impegno temporale dell'OFS e si riagganciano alla parte più viva della sua tradizione storica.

Il Memoriale del 1221 presenta già segni precisi dell'attenzione dei Penitenti alla vita sociale con le prescrizioni circa il non portare armi, il prestare giuramenti, l'azione pacificatrice (cf. nn. 16, 17 e 27 dell'edizione del Meersseman); la regola di Nicolò IV (1289) riprende e specifica queste prescrizioni (cf. capp. VII, X, XII, XVII); la storia dei primi secoli ci offre molte testimonianze della presenza incisiva dei terziari nella vita civile, secondo due linee fondamentali d'azione: l'esercizio di funzioni amministrative, tributarie e annonarie che richiedevano doti di equanimità e di senso della giustizia, e la promozione e la gestione di attività caritative e ospedaliere che tenevano il luogo di quella che oggi chiamiamo assistenza sociale e sanitaria.

Se la regola di Leone XIII (1883) non appare particolarmente innovativa sul piano dell'attenzione al sociale, la più ampia visuale aperta dalla Rerum novarum e dalla missione sociale del Terz'Ordine, affermata e proposta in altri contesti dal medesimo pontefice, stimolarono e resero assai efficace, anche se forse un poco caotico e non del tutto maturo per le implicazioni che comportava, l'impegno temporale del laicato francescano; una ricostruzione dettagliata della vivacità delle posizioni e delle iniziative, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del nostro secolo, è stata fatta recentemente (1991) in una tesi di laurea del padre Marian Panczak ofm, che può essere assai utilmente consultata.

Nel 1912, nel clima generale dell'opposizione al modernismo e in relazione ad alcuni problemi particolari interni alla famiglia francescana, l'intervento di Pio X, con la lettera Tertium Franciscalium Ordinem, indicava, per l'impegno temporale dei terziari, due diversi piani di comportamento: divieto ai "-sodalizi del Terz'Ordine in quanto tali-" di "-immischiarsi in cose civili o puramente economiche-", e permesso ai singoli di dare il proprio nome e contributo ad altre associazioni cattoliche impegnate nel sociale; questa vera e propria dicotomia, sostanzialmente riproposta anche dall'art. 75 delle Costituzioni del 1957, ha certamente condizionato il modo di essere dell'OFS nel nostro secolo; ed è proprio rispetto ad essa che la nuova legislazione dell'OFS rappresenta un momento storico nuovo ed importante.

La presenza dei francescani secolari nelle realtà temporali viene dunque oggi riproposta; tuttavia essa dovrà fare i conti con alcune essenziali modificazioni del mondo moderno, divenute sempre più incalzanti ed estese rispetto agli inizi del nostro secolo.

In primo luogo va considerato il fenomeno della secolarizzazione che, se ha contribuito a definire i contorni dell'autonomia delle realtà terrene (cf. GS 36) e a comprendere e precisare l'articolazione del rapporto che la Chiesa istituisce con essa, ha anche allentato e talora sciolto ogni punto di riferimento religioso e morale per l'attività economica e politica e per molti comportamenti individuali e sociali.

L'ambito storico-geografico di riferimento era, almeno fino alla prima guerra mondiale, direttamente o indirettamente (come nel caso del continente americano), soprattutto quello europeo; oggi non soltanto si è dilatato fino a comprendere l'intero pianeta, ma si è profondamente modificato all'interno delle singole realtà: si pensi, ad esempio, alla stratificazione etnica negli Stati Uniti, o al problema multirazziale con cui sono alle prese molti stati europei.

L'affermarsi del principio della pluralità delle culture, che rappresenta la visibile presa di coscienza di queste modificazioni, non può essere considerata soltanto come un interessante argomento di studio; intendendo il termine "-cultura-" nel senso più ampio, essa comporta diversità, talora enormi, di situazioni politiche, economiche e sociali che si traducono sempre più frequentemente in vistosi squilibri e tensioni , che urgono con una pressione che non sempre sembra essere compresa a livello non soltanto dei governi, ma anche dei semplici cittadini quali siamo tutti.

Su un piano più strettamente religioso ricordiamo infine lo sviluppo, non sempre e solo rettilineo, del dialogo ecumenico ed interconfessionale, non soltanto per quanto esso significa -- secondo quello che è stato felicemente chiamato lo "-spirito di Assisi-" -- in termini di tensione verso l'unità del genere umano, di cui la Chiesa è "-segno e strumento-" (cf. LG 1), ma anche per i problemi che esso comporta nelle società (e ormai sono la maggior parte) in cui convivono non solo etnie ma anche religioni diverse.

In questa realtà, sottoposta a incessanti e continue variazioni e pressioni, come può configurarsi la presenza dei francescani secolari, a livello sia personale che di Fraternità?

Le indicazioni che seguono sono di contenuto e carattere generale non per un astratto amore alle questioni di principio (che porta quasi sempre con sé la riluttanza a definire atteggiamenti e comportamenti pratici), ma in sintonia con l'invito delle Costituzioni a rispettare e promuovere la vitalità delle Fraternità ai diversi livelli "-affinché esse adempiano adeguatamente ai propri doveri-" (art.33,1); questa vitalità può meglio e concretamente rispondere a quel pluralismo delle situazioni politiche, economiche e culturali a cui si è accennato prima e individuare le iniziative opportune.

Il primo principio è costituito dal carattere di testimonianza cristiana -- e, pertanto, dal sostanziale valore di evangelizzazione -- della presenza dei francescani secolari, a livello di singoli e di Fraternità, nel campo della vita pubblica; si vuol dire cioè che la promozione e la tutela della dignità della persona, della giustizia e della pace sono valori che possono essere condivisi anche con i non credenti, ma non al punto che i cristiani nascondano o mimetizzino fino all'estremo la loro fede nel Cristo e, quindi, la loro identità; sul piano del contenuto e del metodo mi sembra sempre significativa e utile, a questo proposito, la riflessione sulle indicazioni date da Francesco, nel cap. XVI della regola non bollata, ai suoi fratelli che volessero recarsi tra gli "-infedeli-" (nel senso etimologico) del suo tempo; d'altra parte l'annuncio di Cristo "-con la vita e con la parola-" è uno dei capisaldi della forma di vita francescana secolare enunciati dalla Regola (cf. art. 6) e ripresi dalle Costituzioni (cf. art.17).

In secondo luogo sta senza dubbio l'invito a esercitare "-con competenza le proprie responsabilità nello spirito cristiano di servizio-" (cf. Regola 14; ma anche Cost. 20,2); ciò vale a tutti i livelli, anche a quello del lavoro individuale, ma qui lo si considera soprattutto in riferimento all'assunzione di incarichi pubblici, nei quali i requisiti della competenza, dell'onestà e della coscienza del bene comune sono primari rispetto ad altre pur apprezzabili qualità.

Un maestro del laicato cattolico italiano, Giuseppe Lazzati, che svolse anche una significativa attività politica, sosteneva che agli incarichi pubblici devono essere proposti secolari non solo di personale pietà e di provata onestà, ma anche competenti nel settore specifico dell'impegno da assumere, affinché nell'esercizio concreto della loro attività riescano di comune utilità e non di danno, anche se involontario; e l'Abbé Pierre scrive: "-La povertà come la concepisce il Vangelo non è per tutti quella di san Francesco d'Assisi... Un direttore d'azienda può essere povero secondo il Vangelo se ha coscienza che tutti i suoi privilegi sono un debito. Non è obbligato a proporsi l'ideale di lasciare tutto, ma di fare il suo mestiere, di operare affinché ci sia salario e lavoro giusto per tutti. Se vive con questo pensiero, egli è povero secondo il Vangelo-".

Infine se un "-rapporto preferenziale-" -- a livello locale, nazionale e internazionale -- va scelto e perseguito è, come dice l'art. 19,2 delle Costituzioni, quello "- verso i poveri e gli emarginati-", identificati nel medesimo contesto non soltanto a livello di "-singoli individui-", ma anche di "-categorie di persone-" o di "-un intero popolo-": occorre contribuire a superare l'emarginazione e le forme di povertà "-che sono frutto di inefficienza e di ingiustizia-".

In stretta connessione con questo orientamento è il tema della giustizia, come statuto da restaurare e condizione necessaria per la dignità dell'uomo e per la pace fra i popoli; quello della giustizia è uno dei motivi più insistentemente ripetuti negli articoli dal 18 al 23 delle Costituzioni che, anche se non lo dicono esplicitamente, suggeriscono l'idea "-forte-" che la società per la quale i francescani secolari devono operare sarà fraterna se sarà giusta.

Per le Fraternità in quanto tali si aprono in proposito almeno due settori di intervento. Il primo è quello delle "-iniziative coraggiose-" di cui parlano, con indicazioni di metodo che qui non si ripetono, i già citati articoli, 15 della Regola e 22 delle Costituzioni; mi sembra più opportuno aggiungere qualche altra annotazione a margine che serva ad orientare la scelta e la realizzazione di tali iniziative.

Sarà necessario avere sempre presente che, in questi casi, la Fraternità, in quanto articolazione di un'associazione ecclesiale pubblica (cf. Cost. 1,5), opera come organismo della Chiesa (locale, nazionale, universale) e non come espressione di una parte politica, sociale o economica: questa realtà comporta pertanto un modo proprio nella scelta dell'iniziativa, nelle sue giustificazioni e nella presentazione, che sarà competenza dei responsabili della Fraternità ai diversi livelli; soltanto una stretta connessione col tessuto vivo della Chiesa -- anche nella sua dimensione particolare -- e una conoscenza accurata e specifica degli argomenti sui quali si interviene, può orientare sulla qualità, sull'opportunità e sulla realizzazione di tali iniziative; questa prudenza tuttavia non dovrà mai essere eccessiva, al punto di spegnere il coraggio evangelico della scelta e dei rischi che esso comporta.

Tutto questo rimarrà nondimeno e probabilmente al livello più o meno completo di una teoria bella e suggestiva, se non si interverrà precedentemente e costantemente nell'altro settore: quello della formazione ; una formazione secolare francescana non è tale se non realizza al livello più alto possibile l'unità dei due elementi costitutivi: la spiritualità e la secolarità.

Questa è anche l'indicazione precisa della Christifideles laici: nella esistenza dei laici -- e quindi dei francescani secolari -- "-non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta "-spirituale-", con i suoi valori e le sue esigenze; e dall'altra, la vita cosiddetta "-secolare-", ossia la vita di famiglia, del lavoro, dei rapporti sociali, dell'impegno politico e della cultura. Il tralcio,radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore della vita e dell'esistenza-" (n. 59).

Quanto più una Fraternità si sarà fatta promotrice di una formazione completa, tanto più motivate, concrete e opportunamente mirate saranno le sue iniziative nel campo della promozione umana e della giustizia, tanto più i suoi membri saranno coscienti e disponibili alla presenza nella vita pubblica e all'assunzione diretta di responsabilità politiche, sociali ed economiche.

Mi sia permessa una conclusione di carattere strettamente personale.

Ogni volta che penso al cammino quasi trentennale di aggiornamento e di rinnovamento che la Fraternità secolare francescana ha percorso, agli strumenti -- Regola, Costituzioni, Rituale... -- che ugualmente testimoniano l'aggiornamento compiuto e guidano la sua applicazione, mi pare che non ci siano più molte nozioni da chiarire o aspetti da integrare; c'è una realtà -- quella della secolarità francescana -- da vivere e da testimoniare, con quel tanto di libertà spirituale, di coraggio e di speranza, di concretezza che, quando si accetta la vocazione alla vita secondo il Vangelo, ogni fratello o sorella e ogni Fraternità, nel suo livello, può sperimentare.

Basta compiere il primo passo: anche per sentirsi partecipi e responsabili nella vita pubblica.

Reggio Emilia, 19 settembre 1992