L’APPARTENENZA ALL’OFS
Emanuela De Nunzio
Premessa.
Crisi del senso di
appartenenza nella realtà post moderna
1. Il quadro generale. Zygmund Bauman,
uno dei maggiori sociologi del ‘900, paragona il mondo attuale allo
“stato liquido” di un corpo, succedutosi allo “stato solido”, che ha
caratterizzato i secoli scorsi. Nel “mondo liquido” non si vive più
la cultura dell’apprendimento, dell’accumulazione, ma quella del
disimpegno e della discontinuità. Nella modernità “liquida” vengono
sempre di più a mancare quelle certezze che davano le strutture
solide come: lo Stato nazionale, le istituzioni, la famiglia, il
lavoro. Nulla è fisso, garantito, tutto si modifica e cambia con
incredibile facilità, a cominciare dai beni di consumo. Anche i
rapporti interpersonali sono diventati più superficiali e non c’è
più la volontà di un tempo di mantenere stabili le relazioni amorose
e l’amicizia poiché l’individuo spesso teme il futuro, non è più
portato a fare progetti a lungo termine e quindi tutto ciò che fa è
volto a soddisfare esclusivamente un suo benessere passeggero.
Dinanzi alla
incertezza e al rischio, la reazione delle persone è la ricerca
dell’immediato, della soddisfazione hic et nunc. L’attuale
società dei consumi mantiene acceso il desiderio di avere di più,
creando artificialmente nuovi bisogni, e si sforza di dare a
ciascuno l’impressione che può scegliere e comperare quello che
vuole. Nella sfera della vita personale, si diffonde una mentalità
per la quale ognuno si considera padrone assoluto delle sue
decisioni e sempre meno accetta gli orientamenti tradizionali,
talvolta gli stessi imperativi etici più elementari. La ricerca
della felicità, della realizzazione personale, della soddisfazione
dell’individuo (aspirazioni che in sè sono legittime) prese come
criterio assoluto di condotta hanno pesanti conseguenze negative
sulle relazioni sociali. Nessuno vuole legarsi a niente e a nessuno.
Soprattutto, nessuno “appartiene” a niente in modo definitivo. I
rapporti interpersonali e con le istituzioni si ritrovano fragili e
facilmente accantonabili.
Un quadro molto
completo ed efficace della situazione odierna è stato fatto dal
Ministro Generale OFM, P. José Carballo, al Capitolo delle stuoie
dei giovani Frati Minori (30 giugno 2007): “Sono molti coloro che
vivono sotto il segno dell’emozione e della provvisorietà e si
lasciano dominare dalla dittatura del relativismo per la quale tutto
è sospetto, tutto è sempre negoziabile e, in molti cuori, alimenta
sentimenti di incertezza, insicurezza e instabilità, non esistendo
nulla di sacro, di certo o da conservare. Sono molte le vittime del
dubbio sistematico, costrette a rifugiarsi nel quotidiano e nel
mondo dell’emotività. Sono molti i sedotti dalla cultura del part
time e dello zapping, che porta a non assumere impegni di
lunga durata, a passare da un’esperienza all’altra, senza
approfondirne nessuna. Sono molti i sedotti dalla cultura light,
che non lascia spazio per l’utopia, per il sacrificio, per la
rinuncia. Sono molti i sedotti dalla cultura del soggettivismo, per
i quali l’individuo è la misura di tutto e tutto è visto e valutato
in funzione di se stessi, della propria realizzazione. Questa realtà
post moderna genera, specialmente nelle nuove generazioni, una
personalità incerta, poco definita, che rende più complicato poter
comprendere ciò che già di per sé è difficile: le esigenze radicali
della sequela di Cristo”.
2. L’appartenenza alla famiglia. Parliamo
innanzi tutto di quella che potrebbe esser chiamata una identità
familiare. Il tema è complesso. Nella definizione stessa di
“matrimonio”, un uomo sceglie una donna come compagna di vita e di
destino. Una donna opta per un determinato uomo come sposo e
compagno. Entrambi fanno un progetto di vita. L’uno appartiene
all’altro. Desiderano vivere insieme il tempo della vita, un tempo
non provvisorio ma caratterizzato da un “per sempre”, nella gioia e
nella tristezza, nella salute e nella malattia, nel reciproco
rispetto e nella delicata accoglienza dell’altro in ogni momento.
Solo su questi presupposti è possibile organizzare la vita in modo
che i figli possano arrivare nella stabilità di una casa, di un
focolare, di una famiglia.
La famiglia, che costituisce la più grande risorsa
per la persona e per la società in quanto ambito di generosità, di
accoglienza incondizionata, di solidarietà nelle diverse circostanze
della vita, si vede oggi assediata da tante sfide del mondo moderno:
alla precarietà, a cui abbiamo accennato prima, si aggiunge il
materialismo imperante, la ricerca del piacere immediato,
l’influenza dei mezzi di comunicazione. Essa, inoltre, viene
indebolita e aggredita da proposte di legge che la equiparano a una
qualunque convivenza sotto lo stesso tetto. La famiglia, il
matrimonio e i figli spesso non sono la realizzazione di un
progetto disegnato insieme e costruito poco a poco ma
costituiscono un incidente di percorso. La gente sempre più
sceglie la convivenza “di fatto” e, anche nel matrimonio, spesso una
delle parti o entrambe optano per uno stato che potremmo definire di
“celibato nel matrimonio”. Ne è una riprova l’altissima incidenza
delle separazioni e dei divorzi (una ricerca condotta recentemente
negli USA ha rilevato che le coppie sposate alla fine degli anni ’70
hanno una chance inferiore al 50% di essere ancora marito e moglie).
Cresce il numero delle madri sole e dei bambini che vivono al di
fuori di un contesto familiare che si possa definire “normale”. In
questo quadro, che Benedetto XVI ha definito “preoccupante”, è
importante indicare vie per rafforzare la famiglia e per educare le
nuove generazioni nella fede cattolica, come il più grande
patrimonio che i genitori possono trasmettere ai figli. Il fatto che
la famiglia sia una “zona cuscinetto” tra l’individuo e la società
ne fa la naturale antagonista alle tendenze culturali in atto e
perciò si tenta di distruggerla.
3. L’appartenenza professionale. Gli
effetti della precarietà si avvertono pesantemente anche nella
vita lavorativa della gente. Nel mondo del lavoro si parla
propriamente di precariato, che porta milioni di giovani a non
progettare la propria vita, a rimandare continuamente i grandi riti
di passaggio, dalla fuoriuscita dalla casa dei genitori alla nascita
di figli. La crisi occupazionale fa sì che molti debbano accettare
un lavoro per il quale non si sentono portati oppure abbandonino la
loro carriera e cerchino di guadagnare denaro in campi per i quali
non erano stati preparati. Perciò si sentono stranieri e senza
radici nella professione che esercitano.
4. L’appartenenza territoriale. Secondo
una recente indagine dell’Agenzia Fides sulle migrazioni, 175
milioni di persone risiedono in una nazione diversa da quella in cui
sono nati, E se si tiene conto che nei paesi in via di sviluppo
risiede l’85 % della popolazione mondiale, che deve vivere con 3.500
dollari all’anno pro capite, si comprende come i flussi migratori
rappresentino un fenomeno inarrestabile. Ma il senso di appartenenza
a un determinato territorio è profondamente mutato non
solo per la grande mobilità culturale e lavorativa, ma anche perchè
alle realtà nazionali, nelle quali un tempo ci si sentiva
profondamente radicati e che rappresentavano un punto fermo
dell’identità personale (sono italiano, sono spagnolo, sono
inglese...), si vanno sostituendo entità sovranazionali che sempre
più impongono, anche ai singoli, quadri di riferimento e regole di
comportamento che non affondano le radici in una tradizione
consolidata. Per contro, cresce l’attenzione alle realtà regionali,
ad un ambito ristretto nel quale collocare i propri interessi e la
tutela dei propri interessi, quasi che alle spinte per
l’unificazione del mondo si contrapponessero quelle per la
costruzione di tante “piccole patrie”, autocefale e autosufficienti.
Il
quadro generale è quello di una precarietà generale, dal lavoro ai
legami interpersonali, alle famiglie, alla solidarietà. Non è
difficile comprendere perchè le persone non si sentano più
profondamente legate alla patria, alla famiglia, al mondo
professionale. Con altre conseguenze d’indole sociale:
ü
la frammentazione della società:
c’è una carenza di pensiero e di cultura della solidarietà, che
rende estranea la gente nelle città. I singoli vivono “accanto” o
“contro”, non “insieme”;
ü
lo scarso senso del sociale:
il privatismo esasperato crea una conflittualità permanente tra il
bene del singolo e il bene comune;
ü
la cultura del sospetto: il
sospetto e la diffidenza, generati dal clima di violenza che ci
circonda, inficiano il rapporto sereno e cordiale con gli altri e
sono il vero tarlo roditore che mina le basi della civile
convivenza.
5. L’appartenenza nella vita ecclesiale.
L’oggetto del dibattito fra la Chiesa e il mondo non è più, come un
tempo, un determinato punto della morale cattolica, come avveniva
negli anni ’70, quando si discuteva sul divorzio, sull’aborto o
sull’uso della pillola, ma si accettava l’impostazione cristiana
della vita. Oggi il dibattito s’incentra su visioni alternative e
globali dell’uomo e della donna, della paternità e della maternità,
della sessualità, e soprattutto sulle vie da percorrere perchè gli
uomini e le donne si realizzino nella vita e si sentano appagati e
felici. Coloro che, per il Battesimo, sono membri della
Chiesa cattolica come vi appartengono e come si identificano con
essa? Vi sono appartenenze totali e senza riserve. Vi sono di quelli
che vivono nella Chiesa tranquillamente e serenamente, con la piena
convinzione di appartenere all’anima della Chiesa, di essere membra
del Corpo Mistico di Cristo. Ma vi sono anche quelli (e forse sono i
più) che sono legati alla Chiesa da un filo assai tenue, con un
senso di appartenenza limitato alle forme esteriori e quasi
burocratiche. E infine vi sono quelli che vivono solo alcuni aspetti
della fede, al di fuori di qualsiasi appartenenza con la Chiesa (believing
without bilonging). Nella Nota dottrinale su alcuni aspetti
dell’evangelizzazione, pubblicata il 15 dicembre 2007, la
Congregazione per la Dottrina della Fede denuncia proprio la “crisi
di appartenenza” alla Chiesa come uno dei temi su cui occorre
vigilare perché incrinano la coscienza originaria del compito di
evangelizzatore dei discepoli di Gesù.
La Chiesa, pur essendo sempre animata
dall’incrollabile speranza cristiana, non nasconde la sua
preoccupazione di fronte ai fenomeni che abbiamo sommariamente
ricordati. Essa è impegnata a dare una risposta profetica alle sfide
del nostro tempo. Ritiene, infatti, che l’unica terapia sia il
recupero dei valori autenticamente umani e cristiani, con il ritorno
dei fedeli alle proprie origini e alla propria identità in un’ottica
cristocentrica. Da ciò derivano tre conseguenze: il saldissimo nesso
tra fede e realtà; l’importanza di Cristo nel “quotidiano”;
l’attenzione continua attenzione al corretto rapporto
verità/libertà.
Per l’OFS, l’aspettativa più grande è di trovare vie
attraverso le quali condividere questo sforzo, questo compito
immane, ma per realizzarlo ha bisogno di una continua
ri-fondazione, di un ritorno alle proprie radici più
autentiche, che rendano possibile vivere il Vangelo e annunziarlo,
senza tradirlo e senza edulcorarlo.
Appartenenza e
identità
6. Sostanziale coincidenza.
Ogni discorso sull’appartenenza, per ogni
persona, si collega strettamente a quello sulla identità e la
presuppone. Cosa vuol dire essere uomo? Cosa vuol dire essere donna?
Qual’è il ruolo del sacerdote? Cosa significa essere religioso/a ai
nostri giorni? Cosa significa oggi essere discepolo di Gesù Cristo?
Cosa è bene e fondamentale per me? Dove sto andando? Cosa devo
perseguire nella vita per poter arrivare alla pienezza
dell’esistenza? A chi appartengo e chi mi appartiene?
La
stretta connessione fra appartenenza e identità è una legge
psicologica, ma ancor più una struttura dell’essere come tale. Una
cosa per essere se stessa deve distinguersi dalle altre – direbbe
Platone – perchè una cosa che volesse essere se stessa e insieme
tutte le altre sarebbe insieme sé e la negazione di sé. E’ un
principio logico. Non c’è identità senza appartenenza e non c’è
appartenenza senza identità: sono distinte eppure sempre
sostanzialmente congiunte. E’ dunque ovvio che per parlare
dell’appartenenza è necessario parlare dell’identità: per avere
coscienza di sé e per distinguersi dialogicamente dall’altro da sé.
7. Identità del francescano secolare. Chi
sono i francescani secolari sparsi in tutto il mondo?
Qual è la loro identità?
Alcuni di noi, laici e religiosi, hanno avuto occasione di conoscere
altre realtà di Terz’Ordine. Vi erano in passato gruppi molto
numerosi. La maggior parte delle volte i loro membri usavano un
abito esterno caratteristico, diverso per gli uomini e le donne. In
alcuni luoghi le Fraternità erano distinte in maschili e femminili
e, anche quando erano miste, gli uomini sedevano da una parte e le
donne dall’altra. Nel corso della seconda metà del XX secolo tutta
la Famiglia Francescana ha conosciuto profonde trasformazioni. Il 24
giugno 1978 i terziari hanno ricevuto la nuova Regola, approvata da
Papa Paolo VI. E prima c’era stato il Concilio Vaticano II, con i
suoi nuovi accenti. I documenti conciliari influenzarono fortemente
i redattori della Regola Paolina. Si entrò in un periodo di studio e
di assimilazione della nuova Regola, divenuta punto di riferimento
fondamentale nella ricerca della “identità”. Nei tempi nuovi era
necessario trovare la via del rinnovamento nella fedeltà alla
tradizione. Per qualche tempo alcune Fraternità si presentarono
ancora costituite da laici con una certa nostalgia della vita dei
frati e delle religiose, nonostante l’insistente richiamo ad essere
validi strumenti dell’azione della Chiesa nel mondo. Ma
l’atteggiamento dei fratelli e delle sorelle andò cambiando in un
nuovo modo di essere francescani, identico nell’essenziale,
differente nelle sue manifestazioni... Il Terzo Ordine Francescano
aveva assunto la nuova denominazione di Ordine Francescano Secolare
proprio perché si voleva sottolineare la presenza dei laici
francescani nel mondo; si voleva individuare nella “secolarità” la
caratteristica più significativa del Terz’Ordine. Più tardi, nella
Christifideles Laici, il Papa Giovanni Paolo II, richiamando la
dottrina del Concilio, scriveva: ”La vocazione dei laici alla
santità comporta che la vita secondo lo Spirito si esprima in modo
peculiare nel loro inserimento nelle realtà temporali e nella
loro partecipazione alle attività terrene” (n. 17). A tali
orientamenti fanno riscontro le esigenze più profonde di chi si
accosta adesso all’OFS. Non possiamo dimenticare che i giovani hanno
incollati alla loro pelle tutti i dubbi, gli interrogativi e le
trasformazioni culturali dei nostri tempi. L’essere umano non esiste
soltanto nell’aria. Vive in un determinato contesto esistenziale.
Nella vita ha una serie di impegni da assolvere, ma la persona è
molto di più di ciò che appare, di ciò che fa, che realizza. Ogni
persona è un mistero.
E allora, per attualizzare il discorso, dobbiamo
chiederci: cosa significa oggi essere francescano secolare?
Cosa cercano le persone che oggi fanno Professione
nell’Ordine? Questi interrogativi non ci infastidiscono e non ci
inquietano più che tanto perchè ci sembra che la nostra risposta sia
già data nel quotidiano. Tutto sembra risolto: nel quotidiano,
ciascuno è quello che fa, e ciascuna Fraternità è quello che
realizza. Tuttavia, con spirito meno accomodante, non dovremmo
accontentarci di questa prima risposta. Chiunque può realizzare le
funzioni che noi esercitiamo nel mondo, e qualsiasi associazione o
movimento può realizzare l’apostolato che noi facciamo, senza
bisogno di appartenere all’OFS. Quando ci rendiamo conto di ciò, si
apre dinanzi a noi un abisso. Ci preoccupiamo, e la nostra coscienza
ci accusa di incoerenza e di mancanza di radicalità nel “seguire
Cristo povero e crocifisso”, alla maniera di San Francesco. Per
tranquillizzarci cerchiamo di dare un colorito francescano a
quello che facciamo (o che la Fraternità fa): promuoviamo la
devozione a San Francesco, organizziamo esposizioni di articoli
francescani, mettiamo in scena il Transito di San Francesco,
parliamo di San Francesco nei programmi radio che sono sotto la
nostra responsabilità...Questo colorito francescano non sarà forse
una semplice aggiunta? Non sarà che il francescanesimo che
promuoviamo sia una realtà accidentale, secondaria, accessoria? In
altre parole: non sarà che siamo professionisti, studenti,
commercianti, amministratori, ministri dell’Eucaristia,
frequentatori abituali di gruppi parrocchiali e per di più
anche francescani? Oppure l’essere francescano appartiene al nucleo
più intimo della nostra identità personale, al midollo del nostro
essere, all’essenza più autentica di quello che ciascuno di noi è?
All’inizio della Regola si trovano, in forma
lapidaria, gli elementi fondamentali del progetto di vita
francescano secolare. Per l’art.2, i francescani secolari sono
uomini e donne che, “spinti dallo Spirito a raggiungere la
perfezione della carità nel proprio stato secolare, con la
Professione si impegnano a vivere il Vangelo alla maniera di S.
Francesco e mediante questa Regola autenticata dalla Chiesa”.
Dalla legislazione aggiornata dell’OFS (Regola e Costituzioni
Generali) si evince che l’identità del francescano secolare si
esprime in una triplice dimensione: personale (la vita
interiore), fraterna (la corresponsabilità) e universale (la
missione).
8. La vita interiore. In un tempo di
instabilità e oscillazioni è fondamentale arrivare al cuore della
interiorità per dare consistenza agli impegni e alle fedeltà
personali. Senza la base dell’interiorità tutta la nostra vita
diventa fluida e tutto appare sospeso nell’aria. Corriamo il rischio
di dimenticare quanto straordinaria sia l’avventura nella quale Gesù
ci ha coinvolti. Questo è il motivo per cui la nostra Regola (n. 7)
ci ricorda che la conversione “deve essere attuata ogni giorno”.
E le Costituzioni Generali (art.8.2) affermano che la nostra
vita deve sostanziarsi in “un itinerario continuamente rinnovato
di conversione”. Ci sono alcuni strumenti per questa
ri-fondazione della persona, che porta alla riscoperta della nostra
identità e del senso di appartenenza. Primo fra tutti la formazione
permanente per mantenere desta la consapevolezza che l’essere
francescani si realizza sempre come un nuovo diventare
francescani: non è mai una storia conclusa che sta alle nostre
spalle, ma un cammino che esige sempre un esercizio nuovo. La
ri-fondazione della persona è fatta di piccoli impegni, che devono
sfociare in quell’impegno più ampio che chiamiamo “forma o programma
di vita”.
Il nostro contributo al superamento dei problemi che
attanagliano il mondo e la Chiesa non si realizza trasformandoci in
“attivisti”, ma in discepoli di preghiera. E’ certo che ai
francescani secolari, come agli altri cittadini, si deve chiedere
impegno politico, competenza professionale, promozione della
solidarietà e della libertà, dei diritti e della giustizia. Tuttavia
ciò che è specificamente nostro è la preghiera al Dio vivente. La
dimensione contemplativa permette di andare verso il mondo con occhi
illuminati dalla speranza e dalla compassione. Non c’è vero impegno
cristiano nel mondo senza la preghiera. Naturalmente, la preghiera
deve accompagnarsi ad una esperienza di vita che trasforma, migliora
la capacità di amare e lascia intravedere il cammino verso
l’interiore felicità. In diverse occasioni, Benedetto XVI insiste
sul fatto che, prima di qualsiasi programma di attività, ci deve
essere l’adorazione, che ci rende liberi nella verità e illumina il
nostro agire. Ecco perché è molto importante che le Fraternità siano
eloquenti scuole di preghiera, luoghi di concordia, specchi di
carità e sorgenti di speranza, in modo che tutti i loro membri
sperimentino la gioia di sentirsi amati dai fratelli, e avvertano al
tempo stesso il bisogno di comunicare a quanti li circondano la
piena felicità di essere discepoli di Cristo.
9. La spiritualità del TAU. Segno esterno
dell’appartenenza/identità del francescano secolare è il TAU (art.43
delle CC. GG.). S. Francesco teneva in particolare considerazione e
onore questo segno, simbolo di conversione. Lo trascriveva sulle
lettere che inviava, lo incideva nelle celle che occupava e lo
ripeteva nelle raccomandazioni “come se – dice S. Bonaventura –
tutto il suo zelo fosse segnare, secondo le parole del profeta, una
TAU sulle fronti degli uomini gementi e dolenti, veramente
convertiti a Gesù Cristo”. Portandolo, anche noi potremo essere
testimonianza e invito a un’autentica e appassionata conversione
all’amore di Cristo e alla sua sequela.
A questo tende la nostra vocazione e la nostra
Professione. Questo vuol testimoniare il segno esteriore del TAU,
mediante il quale ci fregiamo della "spiritualità della croce".
Rileggiamo il n. 10 della Regola:
"...seguano Cristo, povero e crocifisso, testimoniandolo anche fra
le difficoltà e le persecuzioni". Rileggiamo anche l'art. 10 delle
CC.GG.: il Crocifisso "è il 'libro' in cui i fratelli, a imitazione
di Francesco, imparano il perchè e il come vivere, amare e
soffrire". Quando lavoravamo per l'aggiornamento delle Costituzioni,
da una Fraternità nazionale venne la richiesta di sopprimere o
modificare questo articolo perchè troppo pessimistico. Cosa
c'è di più ottimistico che dare alle nostre pene un valore
eterno e universale?
Chi non accetta il mistero della croce non troverà
mai pace, nè troverà alcuna risposta alle eterne domande dell'uomo
sul senso della sofferenza, della malattia, della morte,
dell'incertezza dell'esistenza. Non capirà mai il grande amore che
si nasconde dietro le ferite del Crocifisso. Non saprà mettersi
davanti alle piaghe del sacro costato, delle mani e dei piedi di
Gesù con la confessione di Tommaso: "mio Signore e mio Dio"; o con
la scoperta di Paolo: "(Cristo) mi ha amato per primo e ha dato se
stesso per me"; o con l'invocazione di Francesco: "che io muoia per
amore dell'amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore
dell'amor mio”. Non c'è altra spiegazione alla sofferenza e al
dolore se non all'interno di un orizzonte d'amore.
Nell'omelia per la canonizzazione di S.Pio da
Pietralcina (16 giugno 2002), Giovanni Paolo II affermava che il
nostro tempo ha bisogno di "riscoprire la spiritualità della croce
per riaprire il cuore alla speranza". La speranza in un mondo in cui
"sarà asciugata ogni lacrima", ma anche la speranza di migliorare un
poco la condizione umana in questo mondo, rendendolo più giusto ed
evangelico mediante la pratica delle virtù cristiane e delle opere
di misericordia.
10. La “logica del dono”. Queste sommarie
indicazioni delle caratteristiche dell’identità e della spiritualità
del francescano secolare ci riportano alla necessità di riscoprire
la logica del dono, di costruire la cultura del dono, sulla
filigrana dell’Enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI.
La sfida che la Deus caritas est ci invita a raccogliere è
quella di batterci per riaffermare il primato del legame
intersoggettivo sul bene donato, dell’identità personale sull’utile,
primato che deve trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque
ambito dell’agire umano. In definitiva, il messaggio centrale che la
prima Enciclica di Benedetto XVI ci invia è quello di pensare la
gratuità, cioè la fraternità, come un essenziale punto di
riferimento della condizione umana. In una società allevata al culto
dei soli diritti, avvizzita nella contabilità di “ciò che spetta”,
di ciò che si deve avere dalla vita, dal mondo, dagli altri, è forse
il caso di immettere la “logica del dono”, che, fra l’altro, oggi
rappresenta un elemento imprescindibile per l’interpretazione e il
rinnovamento delle dinamiche sociali.
Per il cristiano (e, a maggior ragione, per il
francescano) non basta mai il rapporto di pura giustizia,
perchè invoca subito la fraternità. La fraternità non si
consuma dentro lo stretto arco dell’io-tu, ma pervade quello
del noi, fino ad entrare nello spazio della tenda planetaria
(Cantico delle creature). A questa dimensione polivalente della
fraternità non bisogna rinunciare mai, perché, se è vero che la
perdita della singolarità va temuta per un cristiano come un
grave smarrimento, altrettanto va temuta una privatizzazione di
quegli aspetti del cristianesimo, che vanno invece considerati come
colonne portanti dell’intero edificio cristiano.
In un recente discorso, il Papa ha affermato: “Nella
consapevolezza che l’amore è stile di vita che
contraddistingue il credente, non stancatevi di essere ovunque
testimoni di carità” (O. R. del 21 feb.2008).
Appartenenza
come corresponsabilità
11. Appartenenza all’Ordine. La nostra
appartenenza all’Ordine Francescano Secolare si fonda sulla
Professione, cioè l’atto con il quale ci siamo solennemente
impegnati a “vivere il Vangelo alla maniera di S. Francesco e
mediante questa Regola autenticata dalla Chiesa”(Reg. n. 2).
Della Professione ci ha mirabilmente parlato P. Felice nella sua
relazione. Egli ci ha detto tra l’altro che la incorporazione
di cui parla l’art. 42.2 delle CC. GG. “indica l’inserimento in
un corpo vivente e la fusione con il medesimo organismo, in cui si
viene a costituire una unica realtà. L’incorporazione
comporta la trasformazione di più realtà in una sola, attraverso un
processo di assorbimento e di assimilazione”.
Il “progetto di vita evangelica” delineato nella
nostra Regola è un progetto da realizzare e da vivere “in comunione
fraterna”. Forse dovremmo riflettere più spesso e più attentamente
sulla definizione contenuta nell’art. 3.3 delle CC.GG. “La
vocazione all’OFS è vocazione a vivere il Vangelo in comunione
fraterna. A questo scopo, i membri dell’OFS si riuniscono in
comunità ecclesiali che si chiamano Fraternità” e a loro volta
le Fraternità sono cellule raggruppate in una unione
organica, cioè la grande famiglia spirituale dell’OFS, sparso in
tutto il mondo.
Parlando dell’appartenenza bisogna guardarsi dal
rischio di “assolutizzare” la propria identità, con quel tanto di
orgoglio, di superiorità, di chiusura che un tale atteggiamento
comporta. “Un aggrapparsi eccessivo ed esclusivo alla propria
identità può diventare patologico. Infatti, può generare nei singoli
individui la grettezza, nei popoli il nazionalismo, nelle religioni
il fondamentalismo, nelle culture l’integralismo” scrive Mons.
Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Perciò,
con riferimento alla identità/appartenenza, dobbiamo sottolinearne
il senso di comunione e di corresponsabilità. Le CC. GG. l’affermano
con forza nell’art. 30.1:“I fratelli sono corresponsabili della
vita della Fraternità cui appartengono e dell’OFS come unione
organica di tutte le Fraternità sparse nel mondo”. Qui non si
tratta di responsabilità in senso giuridico, come quella
demandata ai Superiori maggiore del Primo Ordine e TOR (detentori
dell’altius moderamen) e neppure di quella che spetta ai
Ministri, ai Consigli e, in generale agli “animatori e guide”,
legittimamente eletti per il governo delle Fraternità ai vari
livelli. Si tratta, invece, di una responsabilità di natura
teologale: una comunione fraterna, di fede e d’amore, che ha
bisogno di essere alimentata dalla preghiera vicendevole, dalla
reciproca conoscenza, dalla frequentazione assidua.
A livello dell’intero Ordine nel mondo, la
corresponsabilità significa, innanzitutto, attenzione e
disponibilità verso quanto viene segnalato e proposto dai vari
Consigli sovraordinati: regionale, nazionale e internazionale.
Richiede poi uno sforzo per cercare di conoscere e comprendere la
realtà dell’Ordine in altri contesti geografici e culturali, perché
non si può amare quello che non si conosce. Richiede, infine, “di
contribuire alle spese dei Consigli delle Fraternità di grado
superiore” (Reg. 25).
Permettetemi di soffermarmi un attimo su questo delicato argomento
per sottolinearne l’importanza, considerata la vastità e la
complessità degli impegni che ora gravano sui Consigli regionali e
nazionali, per poter adempiere pienamente alle loro responsabilità
di coordinamento e di collegamento delle Fraternità locali, e ancor
più sulla Presidenza del CIOFS che, sul piano internazionale, deve
coordinare, animare e guidare l’OFS, curare i rapporti di
collaborazione con le altre componenti della Famiglia Francescana,
promuovere la vita e l’apostolato dell’Ordine, ecc. ecc. (cfr. CC.
GG. Art 73).
12. Appartenenza alla Fraternità locale.
Tutti sappiamo a memoria la definizione della Fraternità locale
contenuta nell’art. 22 della Regola: “cellula prima di tutto
l’Ordine... segno visibile della Chiesa.... comunità di amore...”.
Per esplicitare queste affermazioni
basilari, le Costituzioni Generali nell’art. 30.2 precisano come
deve essere vissuta l’appartenenza alla Fraternità: “Il senso di
corresponsabilità (dei fratelli)
esige la presenza personale,
la testimonianza, la preghiera, la collaborazione attiva secondo le
possibilità di ciascuno, e gli eventuali impegni nell’animazione
della Fraternità”. Per non fare solo
discorsi teorici penso che sia il caso di dedicare un minimo di
approfondimento a queste imprescindibili “esigenze” della
corresponsabilità. Vediamo, dunque:
1.
la presenza personale,
ossia la partecipazione assidua (non opzionale!) agli incontri della
Fraternità, che non possono essere più le famose “adunanze mensili”,
bensì “incontri frequenti”, organizzati dal Consiglio per stimolare
ognuno alla vita di fraternità e per una crescita di vita
francescana ed ecclesiale (Reg. n. 24);
2.
la testimonianza,
di vita evangelica e di vita fraterna anche
come mezzo di promozione vocazionale (C.C. G.G. art. 45.2) e come
aiuto alla formazione dei nuovi membri ( Reg. n.23 e C.C. G.G.
art.37.3);
3.
la preghiera,
che è l'anima di questa "comunità d'amore" (Reg. n.8);
4.
la collaborazione attiva,
di tutti e di ciascuno, al buon andamento della Fraternità, allo
svolgimento dinamico e partecipato delle riunioni, alla
realizzazione delle sue iniziative caritative e di apostolato (C.C.
G.G. art.53.3);
5.
gli eventuali impegni
nell’animazione della Fraternità, in
particolare, quando si viene candidati a qualche ufficio/servizio
(C.C. G.G. art. 31.4);
6.
il contributo economico,
a misura delle possibilità dei singoli membri (C.C. G.G. art. 30.3),
per fornire i mezzi finanziari occorrenti alla vita della
Fraternità e alle sue opere di culto, di apostolato e caritative.
Ma ancora non basta: la corresponsabilità
impegna tutti i suoi membri a prendersi cura del “benessere” umano e
spirituale di ciascuno dei fratelli (CC. GG. art. 42.4): nessuno
deve essere lasciato solo di fronte ai suoi problemi e alle sue
difficoltà, ma nella Fraternità deve trovare aiuto (anche
materiale), sostegno, conforto.
In sostanza, vivere e operare oggi nella
Fraternità vuol dire prendere coscienza di alcuni punti fermi,
quali: l’incontro con il fratello nella sua situazione concreta,
l’accompagnamento della sua crescita umana, l’esperienza di
preghiera nelle sue forme diversificate, l’educazione all’impegno
per la costruzione del Regno e un grado di appartenenza ecclesiale
che faccia percepire il senso della meta globale: la crescita e la
realizzazione dell’uomo nuovo in Cristo (Reg. OFS n. 14).
13. La pluriappartenenza.
Uno dei maggiori ostacoli che si frappogono alla
corresponsabilità è quella che convenzionalmente chiamiamo la
“pluriappartenenza”, vale a dire la tendenza di alcuni francescani
secolari ad aderire a una molteplicità di gruppi e associazioni
ecclesiali. Non bisogna dimenticare che “La vocazione all’OFS è
una vocazione specifica che informa la vita e l’azione
apostolica dei suoi membri” (CC. GG. Art.1).
Quando il francescano secolare è inserito anche in altre
associazioni l’ispirazione francescana, che dovrebbe permeare
l’intera sua vita, in ogni espressione e manifestazione, si
“annacqua” nella commistione con altre spiritualità. Inoltre, gli
impegni si sommano e si accavallano, impedendo la puntuale
osservanza degli obblighi derivanti dalla vita di Fraternità.
Queste considerazioni dovrebbero esser tenute ben
presenti dai responsabili della formazione e dagli stessi Consigli
di Fraternità, quando valutano l’idoneità del candidato alla
Professione nell’OFS.
Appartenenza e missione
14. Apertura al
mondo. Nell’era della globalizzazione, in
una situazione multiculturale e plurireligiosa, ma anche
caratterizzata da individualismo e scetticismo, la Chiesa si trova
nuovamente, come già nei primi secoli del cristianesimo, davanti al
compito di proporre agli uomini il messaggio di Gesù.
L’annuncio del Vangelo è un dono gratuito che la Chiesa fa al mondo
e i francescani secolari, “ad essa più fortemente vincolati per la
Professione”, sono chiamati ad annunciare Cristo “con la vita e con
la parola” (Reg. N. 6). Parola e testimonianza si illuminano a
vicenda: se la parola è smentita dalla condotta, rimane inefficace;
ma lo stesso vale per la testimonianza, quando non è sostenuta da un
annuncio chiaro e inequivocabile. L’amore di Cristo, infatti, va
comunicato ai fratelli con gli esempi e le parole, con tutta la
vita.
Il campo della
missione è oggi sterminato: i settori più emarginati della società,
le comunità indigene, i poveri nelle zone urbane, i migranti, i
rifugiati, gli sfollati... L’obiettivo deve essere quello di
promuovere l’universalità del messaggio cristiano attraverso la
presenza (che ha il significato di testimonianza e dialogo di vita),
l’annuncio e la preghiera. Ma evangelizzare non è una prerogativa
di alcuni nel popolo di Dio, che è stato tutto consacrato e
chiamato ad annunciare la salvezza: “L’universale vocazione alla
santità è strettamente collegata all’universale vocazione alla
missione; ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione” (
Redemptoris missio, n. 90).
Se è vero, come è
vero, che una Chiesa che non è missionaria tradisce il suo compito
fondamentale, è vero altresì che l’OFS in quanto tale e ciascuna
Fraternità locale e ogni singolo francescano secolare, come “membra
vive della Chiesa”, devono farsi “testimoni e strumenti della sua
missione tra gli uomini”. Occorre, in primo luogo, portare il
Vangelo alle persone in modo credibile. Per questo si
richiede coraggio e disponibilità a percorrere nuovi cammini,
vincendo la tentazione di restare fra le persone che la pensano come
noi e di accontentarsi di coltivare il nostro orticello.
La missione dei francescani secolari si radica
nell’ordine dell’essere, nella vita configurata
ai
consigli evangelici (cfr. nn. 10, 11 e 12 della Regola), nello
spirito delle Beatitudini del Regno. Il loro stile e la loro forma
di servizio si adeguano ai talenti e alla situazione personale e
familiare di ciascuno, nonchè alle esigenze dell’ambiente in cui si
trovano ad operare. Il loro impegno apostolico si riferisce in modo
particolare alla pratica della carità, alla trasformazione in realtà
del disegno di riunire in Cristo tutte le cose, all’impegno
lavorativo e all’esercizio responsabile della propria professione,
ma non si deve trascurare anche l’attività politica vera e propria.
Parlando di S. Caterina da Siena un suo biografo ha scritto: “La
compromissione con le circostanze fa parte della santità”.
Anche di fronte alle inedite ed insidiose sfide poste dalla
globalizzazione, i cristiani non si rassegnano ad una economia o ad
una visione della società orientata solo sull’efficienza, che perde
per strada i più deboli, o su uno statalismo, che soffoca la libertà
e umilia la persona. In ogni paese, dunque, bisogna battersi con
“iniziative coraggiose” per l’affermazione di uno Stato che sia
veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il
concetto tomistico di “bene comune”, ripreso vigorosamente dal
grande e dimenticato magistero di Leone XIII. Anche nei paesi dove i
cristiani sono in minoranza, dove non possono esercitare nessun peso
politico, le virtù cristiane possono decisamente motivare ed aiutare
i loro connazionali ad accettare la democrazia come modo di vivere.
Esso deve includere i più fragili, quelli che oggi sono emarginati o
esclusi, e deve includere anche le generazioni future, alle quali
dobbiamo consegnare un mondo vivibile.
La città e il territorio sono il luogo in cui
costruire relazioni autentiche, dove la carità cristiana possa
impregnare il funzionamento delle strutture civili. Ai francescani
secolari si richiede, in forma personale e comunitaria, l’attenzione
verso i più deboli e le opere di misericordia: la vicinanza ai
malati, l’insegnamento agli analfabeti, la cura dei bambini, l’aiuto
agli anziani, il conforto per gli afflitti...Sono gli impegni di
sempre, praticati dai Fratelli e Sorelle della Penitenza fin dal
loro sorgere, ma oggi questi bisogni si presentano spesso in forme
nuove e richiedono forme nuove di intervento.
Ma attenzione: non bisogna confondere il fine con
i mezzi. I mezzi sono la vita e la parola ma il fine è l’evangelizzazione
(“Andate e annunciate il Vangelo a tutte le genti....”).
“...Esiste in alcuni l’idea che i progetti sociali siano da
promuovere con la massima urgenza, mentre le cose che riguardano Dio
o la stessa fede cattolica siano cose piuttosto particolari e meno
prioritarie. Tuttavia...l’esperienza è proprio che
l’evangelizzazione deve avere la precedenza, che il Dio di Gesù
Cristo deve essere conosciuto, creduto ed amato, affinché anche le
cose sociali possano progredire, affinché s’avvii la
riconciliazione...Il fatto sociale e il Vangelo sono semplicemente
inscindibili tra loro.” (dal discorso del papa a Ratisbona).
15. Forme nuove di intervento. Sono
passati quarant’anni dal Concilio Vaticano II, ma il riferimento al
Magistero conciliare è sempre attuale e promettente con il suo
intrinseco dinamismo. Siamo chiamati a proiettarlo, ad applicarlo
alle nuove frontiere di questi anni secondo una precisa concezione
della persona e dei valori che ad essa sono collegati: valori che,
in quanto tali, appaiono “non negoziabili”, ossia non riconducibili
al processo di secolarizzazione e di relativizzazione che attraversa
la nostra storia.
·
Le forme nuove di intervento
richiedono una formazione socio politica, attraverso la
comprensione e l’approfondimento della dottrina sociale della Chiesa.
Ci servirà di guida il “Compendio” al quale devono attingere tutti i
fedeli, ma in maniera particolare coloro che intendono scommettersi
nell’impegno sociale e nell’agone politico con quel di più
di onestà, senso della giustizia e del bene comune, che deve
contraddistinguere l’operato del cristiano rispetto ad una prassi
talvolta disancorata dai valori umani ed evangelici. Bisognerà anche
riprendere in mano il documento fondamentale del Concilio Vaticano
II, la Gaudium et Spes, e rivisitarlo alla luce del più
recente magistero, soprattutto la seconda parte dell’Enciclica di
Benedetto XVI, Deus Caritas est.
·
La forma più congeniale di presenza
nel sociale è, per i francescani secolari, il volontariato.
Il volontariato non è solamente un “fare”; è prima di tutto un “modo
di essere”, che parte dal cuore, da un atteggiamento di gratitudine
verso la vita, e spinge a “restituire” e condividere con il prossimo
i doni ricevuti.... L’azione del volontario non va vista come un
intervento “tappabuchi” nei confronti dello Stato e delle pubbliche
istituzioni, ma piuttosto come una presenza complementare e sempre
necessaria per tenere viva l’attenzione agli ultimi e promuovere uno
stile personalizzato negli interventi. Non c’è, pertanto, nessuno
che non possa essere un volontario: anche il più indigente e
svantaggiato ha sicuramente molto da condividere con gli altri,
offrendo il proprio contributo per costruire la civiltà dell’amore
(Benedetto XVI a Vienna, sett.2007).
·
Altra forma doverosa di intervento
riguarda l’attenzione
ai giovani che, non avendo più valori
solidi sui quali fare affidamento, sono particolarmente esposti ai
pericoli dell’instabilità, aggravata dal fatto che anche il mondo
degli adulti da’ un’importanza maggiore al potere che un individuo
può esercitare o a ciò che possiede in termini economici, piuttosto
che a valori quali l’onestà e la moralità, che ci dovrebbero
appartenere e nei quali dovremmo continuare a rispecchiarci per
essere veramente persone libere e capaci di scegliere. I giovani di
oggi sono scossi da fragilità antiche e nuove; insieme ad esse,
però, manifestano anche grandi potenzialità; esprimono passione,
voglia di fare e volontà di scoprire, pronti a concretare quel
“coraggio di vivere e di agire” illuminato dall’amore. Per
riuscirci, tuttavia, hanno bisogno di chi li accompagni nella
ricerca del Volto di Cristo.
Quando parliamo di attenzione ai giovani non
intendiamo riferici solo alla costituzione e all’animazione dei
gruppi giovanili francescani, attività per la quale occorrono
particolari attitudini e predisposizioni, ma piuttosto al dovere di
ogni Fraternità OFS di riflettere, discernere e pregare sul tema
della “trasmissione della fede”, per suscitare una Chiesa adulta,
capace di testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi. Soprattutto con
l’esempio dobbiamo recuperare i giovani alla fede e alla comunione
ecclesiale, aiutarli ad acquisire una maturità umana e spirituale,
far scoprire loro che è nel dono di se stessi agli altri che
potranno divenire più liberi e più maturi. La strategia consiste
nel creare mediazioni per favorire l’incontro con Gesù, riconosciuto
come il Signore che salva e da un senso pieno alla vita di ogni
persona. Dall’incontro con il Signore Gesù nascerà la sequela, con
le sue esigenze di radicalità, fedeltà, pazienza e disciplina.
·
Ecologia.
A motivo delle condizioni preoccupanti del nostro
pianeta, si sta sviluppando nei confronti dei problemi ecologici una
nuova sensibilità: si impone l’esigenza di lottare per consegnare
alle generazioni future un pianeta veramente abitabile, nella
prospettiva offerta dal Creatore. Sorgono nuovi valori, nuovi sogni,
nuovi comportamenti assunti da un numero sempre più grande di
persone e di comunità. Principio fondante è quello della
salvaguardia del creato ed è un principio che impegna tutti e
ciascuno. E’ evidente che, ad ogni sforzo planetario, ciascun Paese
e persino ciascuna persona deve contribuire a seconda delle sue
possibilità.
Come francescani, oltre a rafforzare il
nostro personale impegno per uno stile di vita sobrio (Reg. n. 11 e
CC.GG. art. 15.3), noi siamo anche chiamati a costruire, insieme a
quanti lavorano nella messe del Regno, un mondo globalizzato dentro
il quale tutti possono entrare, dove ci sia venerazione del creato,
amore fra tutti e relazioni giuste almeno per permettere a tutti una
vita onesta. E allora, prendersi cura della creazione significa
impegnarsi in diversi campi d’azione, ognuno correlato agli altri:
dall’eliminazione delle armi nucleari ad una inversione di rotta per
quanto riguarda gli stili di vita, da una rigenerazione del potere
politico/economico/militare all’adozione della non violenza come
modo di vivere la relazione con il creato e con tutte le creature.
·
Ecumenismo e dialogo
interreligioso. In campo ecumenico è
essenziale convincersi che l’ecumenismo non è un affare “di
vertice”, bensì un modo di vivere la fede e il rapporto con Gesù, è
essere assieme a Lui in quella preghiera dove tutti siamo una cosa
sola. Per questo non possiamo non sentirci responsabili della
comunione fra tutti. In campo interreligioso è essenziale la
conoscenza, il rispetto, l’accoglienza reciproca, il superamento dei
reciproci pregiudizi di ordine culturale, psicologico e storico.
Dobbiamo convincerci che la diversità, lungi dal condurre
necessariamente a divisioni e a rivalità, porta in se stessa la
promessa di un arricchimento reciproco e di una gioia, La parità,
come indispensabile presupposto del dialogo, riguarda la pari
dignità personale degli interlocutori e non i contenuti. Il
cristiano in dialogo non può nascondere o tacere la verità della sua
fede fondata sul mistero di Gesù Cristo. Sia nei rapporti con i
membri di altre confessioni cristiane, sia nei rapporti con i
credenti di altre fedi bisogna, in concreto, cogliere le occasioni
per pregare insieme (laddove è possibile) e trovare campi di impegno
comune come la lotta alla povertà, la pace, la salvaguardia del
creato attraverso le questioni legate all’etica e all’ambiente.
Sulla giustizia sociale si può camminare insieme da subito: non
occorre aspettare che siano sciolti i complessi nodi di carattere
dottrinale!
·
Missione ad gentes.
La Chiesa oggi presta vigile attenzione
allo sviluppo dei popoli, in particolare quelli che lottano per
liberarsi dal giogo della fame, della miseria e delle malattie
endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga
ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro
qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro
pieno rigoglio (cfr. Sollicitudo rei socialis, Centesimus annus,
Deus Caritas est....). Lo fa riaffermando con forza l’esigenza
di partire dal riconoscimento della legge morale naturale, in netta
contrapposizione con la logica relativistica dominante nelle
legislazioni nazionali e nella politica internazionale. Se non
mancano i problemi, come la scarsità delle vocazioni religiose, non
mancano neppure i “segni di speranza” che in ogni parte del mondo
testimoniano una incoraggiante vitalità missionaria del popolo
cristiano nella consapevolezza “di essere tutti missionari, tutti
cioè coinvolti, sia pure in modi diversi, nell’annuncio e nella
testimonianza del Vangelo”. Anche l’impegno missionario dei
francescani secolari e delle Fraternità non può e non deve più
essere limitato alla Giornata missionaria mondiale o a una Giornata
missionaria francescana, e neppure a qualche sostegno economico alle
Missioni dei frati. Occorre una prospettiva più ampia, che comprenda
la partecipazione solidale con i popoli della terra mediante la
denuncia e la lotta contro ogni violazione della dignità della
persona e contro le gravi diseguaglianze che hanno attraversato e,
purtroppo, continuano ad attraversare il mondo contemporaneo.
Conclusione: qualche
indicazione operativa
Come, in pratica, alimentare il senso di
appartenenza a una determinata Fraternità secolare e all’Ordine nel
suo complesso? Non dimentichiamo mai che le nostre Costituzioni,
nell’art. 30.1 già citato, affermano con forza che francescani
secolari sono membri di una Fraternità locale, ma
appartengono a tutte, nella vita e nella missione.
16. Sul piano locale. Ogni singola
Fraternità, ai vari livelli (non solo locale, ma anche regionale e
nazionale), dovrebbe proporsi seriamente l’obiettivo di diventare
1.
scuola di santità - Strumenti della Fraternità per favorire
nei suoi membri il pieno sviluppo della vita interiore sono
un’intensa vita liturgica, sacramentale e caritativa, curando anche
l’organizzazione di ritiri spirituali francescani con spirito di
raccoglimento e di revisione di vita;
2.
scuola di formazione - Si alimenta lo spirito di appartenenza
nella misura in cui la Regola diventa “vita” dei fratelli e delle
sorelle. Si verifica così una sorta di “assorbimento” dello spirito
della Regola nella vita e nella storia di ciascuno. Saranno
rafforzati nella loro identità francescana coloro che diventano
frequentatori assidui degli scritti di Francesco e di Chiara e delle
antiche biografie. Quindi, i francescani secolari non cessino di
fare regolare lettura spirituale delle Fonti;
3.
testimonianza di comunione ecclesiale – E’ necessario che i
francescani vivano intensamente i loro incontri (per carità, non
parliamo più di “adunanze mensili”!) come sacramento della
Fraternità. E’ essenziale che ognuno prenda la decisione di farsi
presente nella vita dei fratelli: rallegrarsi con quelli che
partecipano, pensare a quelli che non vengono, cercare di scoprire
le ragioni per cui qualcuno ha perso la motivazione. Il Consiglio
dovrà cercare e realizzare le condizioni perchè le riunioni siano
effettivamente gradevoli, proficue e arricchenti;
4.
partecipazione al fine apostolico della Chiesa – Troppe volte
i francescani secolari tendono a fermarsi alle forme tradizionali di
svolgere il loro impegno apostolico, dimenticando che la Regola ci
raccomanda la creatività. La società è cambiata, la Chiesa si
è rinnovata e sta rinnovandosi. Il Vangelo è sempre lo stesso, ma
occorrono nuovi approcci e nuovi incontri con il Vangelo e con la
storia;
5. presenza nella società, alla luce
dalla dottrina sociale della Chiesa – Ogni Fraternità dovrebbe
interrogarsi sulle priorità del proprio impegno missionario:
·
in quale direzione si vuole
svilupparlo?
·
per che cosa bisogna concentrare le
forze disponibili?
·
come appoggiare concretamente le
iniziative proposte dai livelli superiori?
17. Sul piano della Fraternità Internazionale.
Bisognerebbe
·
intensificare la comunicazione
orizzontale e verticale all’interno dell’Ordine;
·
incrementare la reciproca conoscenza e
stima nell’ambito della Famiglia Francescana;
·
insistere perché le tematiche sociali
entrino nell’ordinario dei percorsi formativi delle nostre
Fraternità;
·
contribuire attivamente all’opera di
Franciscans International che si impegna, a livello dei competenti
organismi internazionali, affinché tutti i Paesi intraprendano le
misure atte a garantire che i diritti umani delle persone più
vulnerabili vengano tutelati adeguatamente e la loro dignità umana
venga rispettata;
·
abbattere barriere e costruire ponti
per collaborare con i movimenti e le istituzioni che perseguono le
stesse finalità (CC. GG. Art.18.3 e 23.1).
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