Simbolo francescano con data

Ordine Francescano Secolare
Atti del IX Capitolo Generale
Madrid, 23-31 ottobre 1999


Allegato 10

L'ORDINE FRANCESCANO SECOLARE DI FRONTE ALLE SFIDE DEL 2000

fr. Hermann Schalück ofm

Introduzione

Care sorelle e cari fratelli, grazie di cuore per avermi invitato al vostro Capitolo generale, che ha in sé un tono di gratitudine particolare per il compiersi delle celebrazioni del ventennale della Regola approvata da Paolo VI. L'augurio che vi rivolgo è che questo evento fecondi la vostra vita personale e di fraternità.

Vi ringrazio di questa opportunità che mi avete offerto perché è occasione di arricchimento e di crescita reciproca. Personalmente, riconosco che le esperienze di cammino comune del I, II, III Ordine appartengono alle più belle e incoraggianti esperienze della mia vita.

Siamo diventati sempre più cosciente che nella Chiesa e nel mondo noi siamo parte di un grande tutto, la cui ricchezza di colori e la cui bellezza, ma anche la cui fecondità spirituale non abbiamo ancora sfruttato a sufficienza. Se consideriamo le sfide e i problemi che ci interpellano e ci provocano a risposte evangelicamente adeguate, vediamo che il nostro comune cammino verso il futuro ha ancora molte tappe da percorrere.

Vorrei iniziare con parole a voi probabilmente familiari: "La forza rinnovatrice dello Spirito, che chiamò Francesco a penitenza di gli propose di ricostruire la Chiesa, chiama anche noi alla conversione continua e a servire i fratelli mediante le opere di misericordia, rendendo testimonianza al Vangelo nel mondo di oggi con tutti i suoi problemi e le sue speranze". Sono parole tratte dal messaggio con cui l'allora Ministro generale TOR fr. J.A. Quilis vi consegnò le nuove Costituzioni generali durante il Capitolo generale di Fatima. Da questa affermazione sintetica vorrei individuare alcuni elementi sui quali articolare la nostra riflessione comune, con un preciso obiettivo: che possa contribuire a ravviare e rafforzare la consapevolezza del dono dello Spirito che abbiamo ricevuto come francescani e voi in particolare come francescani secolari.

In questo tempo di grazia che il Signore ci permette di vivere, un tempo che "è il tempo migliore e il tempo peggiore, è l'ora della saggezza e l'ora della follia, è l'epoca dei credenti ed è l'epoca degli increduli, è la stagione della luce ed è la stagione delle tenebre, è una primavera di speranza ed è un inverno di disperazione" (Dokens), desideriamo cercare di cogliere il contributo, nuovo ed unico, che i francescani secolari sono chiamati ad offrire oggi, evangelicamente propositivi di fronte "ai problemi e alle speranze" della Chiesa e del mondo. Poiché "noi, ciascuno secondo la propria modalità, dobbiamo istituire del nuovo alla luce dell'insegnamento e del servizio di Dio, e non fare il già fatto, bensì quello ancora da fare" (Martin Buber).

Per questo, pieni di entusiasmo per le parole che il vangelo continua a rivolgerci oggi, vogliamo far nostro quello slancio di tutto l'essere che caratterizzò Francesco ed esclamare con lui: "Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore" (1 Cel 22, FF 356).

E così, in qualunque luogo ci troviamo, sapremo rispondere alla chiamata dello Spirito a convertirci al vangelo di Gesù e ad essere autentica presenza evangelizzatrice e profetica. Desideriamo vivere questo "in comunione vitale reciproca" per "rendere presente il carisma del comune Serafico Padre nella vita e nella missione della Chiesa" (Regola OFS 1).

1. Da Dio riceviamo ogni bene

San Francesco nel suo Testamento scandisce il ricordo dei momenti principali della sua vita con l'espressione: "E il Signore...". "Il Signore concesse a me di incominciare a fare penitenza, ... mi diede e mi dà tanta fede nei sacerdoti, ... mi donò dei frati, ... mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo vangelo, ... che dovevo dare il saluto: Il Signore ti dia pace, ...". Il Signore sta all'origine di ogni scoperta, di ogni esperienza di Francesco, ed egli celebra la sua vita come dono del Signore, a cui riconosce l'iniziativa di ogni suo palpito. Nella Regola non bollata aveva affermato con calore che ogni bene viene da Dio, tutti i beni sono suoi e, pertanto, a lui siamo tenuti a restituirli.

Il dono fondamentale per ciascuno di noi è la vita: noi esistiamo in un determinato tempo e in certo spazio. Noi, in quanto francescani, abbiamo intuito che il dono della vita è il talento da far fruttare alla sequela di Gesù nello stile di Francesco e Chiara.

Nel primo momento di riflessione, dunque, ci soffermeremo a guardare prima di tutto il dono che Dio ci fa di quest'oggi, di quest'ora di Dio in cui ci è dato di vivere e che diviene per noi un tempo di grazia: si tratta del tempo e dello spazio che ci sono affidati e in cui siamo ‘donati'. In secondo luogo, torneremo con lo sguardo del cuore su alcuni tratti specifici del dono fatto dallo Spirito alla sua Chiesa in Francesco e Chiara e che divengono per noi indicazioni preziose di orientamento.

1.1.1. L'oggi

E' necessario innanzitutto situarci nell'attuale fase della storia, in un attento ascolto dei segni dei tempi, per conoscere le situazioni nelle quali ci muoviamo nel quotidiano dell'esistenza insieme agli altri uomini e alle altre donne, e aprirci all'azione della Spirito: sono le condizioni essenziali per una vita di grande vigore.

Il santo Padre nell'Esortazione apostolica Christifideles laici afferma che "è necessario guardare in faccia questo nostro mondo, con i suoi valori e problemi, le sue inquietudini e speranze, le sue conquiste e sconfitte" (Cfl. 3). Guardare in faccia con realismo e, direi anche, con simpatia, con speranza, nella certezza che l'amore di Dio non viene meno e continua ad animare questo mondo e questo tempo.

Stiamo vivendo una fase della storia che ha evidenti segni di transizione. In tali momenti l'essere umano prova la sensazione di svuotamento, di assenza di senso e di norme, di incertezza e di crisi permanente.

1.1.2. Globalizzazione, con vinti e vincitori

Siamo di fronte ai fenomeni sconcertanti dell'interrelazione di sistemi di informazione, di comunicazione, delle finanze, della produzione, nei confronti dei quali è sterile sia l'accettazione acritica sia il rifiuto preconcetto. Poiché si tratta di fenomeni numerosi, frequentemente molto positivi, ma quasi sempre ambivalenti. Ad esempio, è diffuso il senso della connessione internazionale e della interdipendenza mutua, ma non per questo diminuisce il numero dei poveri e dei discriminati esistenti nel nostro pianeta, né aumenta automaticamente il senso di solidarietà. Cresce il numero di coloro che usano Internet, ma non per questo si riduce automaticamente il numero degli analfabeti.

La globalizzazione in gran parte cresce con lo standard della società dei consumi occidentale, vale a dire a spese di altre parti della popolazione mondiale. La ricchezza continua a scorrere nelle mani di pochi con il conseguente aumento dei poveri in tassi assoluti. La pretesa di incorporare tutti in un sistema finalmente mondializzato porta al paradosso dell'esclusione dei poveri. E tra questi, gli anziani e i bambini sono quelli che più ne soffrono.

La comunicazione globale non impedisce neppure le ideologie etnocentriche né i loro conseguenti conflitti. "Le società possono moltiplicarsi, le comunicazioni possono ravvicinare i membri, ma non è possibile comunità alcuna in un mondo in cui non c'è più un prossimo e dove non rimangono che dei simili, e dei simili che non si guardano" (E. Mounier). Nonostante tutte le connessioni, nel nostro mondo domina l'etnocentrismo e il diritto di coloro che sono economicamente più forti su coloro che sono più deboli (neoliberalismo).

Salta ai nostri occhi la reale e grave questione delle relazioni internazionali che non si configurano più nel confronto est-ovest, ma nella disuguaglianza nord-sud.

I fatti ci rivelano l'esistenza di una feroce competizione e aggressività che determina l'esclusione e il sacrificio di questi che non riescono ad inserirsi in tale logica. La pratica della esclusione, che si somma a tante altre esclusioni dei poveri come il razzismo, il sessismo, le violazioni dei diritti umani, le varie forme di etnocentrismo, ecc. finisce per essere incorporata al sistema come sua logica e ragion d'essere.

La ‘logica dell'esclusione', in quanto non rispettosa dell'essere umano, è uno degli esempi eloquenti dello squilibrio introdotto alle basi stesse della vita. L'avidità dell'avere, che porta alla capitalizzazione, la strumentalizzazione delle risorse naturali, in una visione utilitarista, di lucro e di accumulo, hanno finiti per condurre a un'altra logica, quella della ‘depredazione'. Il risultato è uno sviluppo insostenibile. Il deterioramento della qualità della vita denuncia nei nostri giorni la ‘crisi di civiltà' di questa ideologia del consumo.

Questo squilibrio indica una crisi dell'uomo nella propria capacità di ordinare valori e relazioni in vista di una vita degna e piena, ossia della sua potenzialità etica.

Di conseguenza, svuota lo spirituale, confonde valori, priorità e necessità vitali, si immerge nell'artificiale, rende fragile le capacità di ricreare le strutture basilari della vita, di scoprire nuovi stili di vita e, soprattutto, di cogliere gli aneliti di libertà e di realizzazione di una molteplicità di desideri oggi emergenti. Trovandosi senza un supporto adeguato per essere all'altezza delle sfide del tempo presente, l'uomo è soggetto a molte cadute, capitolazioni, come pure è facile preda di sistemi e di ideologie.

Quest'uomo, al contempo, si sente più libero, chissà per quale ragione, nei confronti di legami tradizionali (famiglia, religione) di quanto non sia stato per le generazioni prima di lui. Egli si sente costretto — perché non sempre c'è libertà di scelta — a cambiare domicilio e modo di vivere, condizionato dal mercato del lavoro e da altri processi sociali. Tuttavia, se da una parte l'individuo si trova circondato da forti costrizioni, dall'altra l'esperienza e la storia della libertà dei tempi moderno mostra come l'uomo sviluppa una vita e una struttura esistenziale propria, apparentemente non condizionato dell'esterno: permesso e sensato è ciò che ‘hic et nunc' diverte e promette una 'sensazione' positiva. I valore e i modi di vivere tradizionali non perdono necessariamente il loro pregio, ma perdono la loro importanza esclusiva. In sostanza, viviamo una ‘individualizzazione' radicale della società.

1.1.3. "Società dell'avventura"

Alcuni anni fa il sociologo Gerhard Schulze ha descritto lo scenario culturale in Germania con la formula "Società dell'avventura". Quanto diceva della Germania, vale certamente anche per molti latri paesi europei: al centro è posta ‘l'estetizzazione del quotidiano'. Le cose quotidiane (vestiti, divertimenti, auto, tempo libero) sono gestite in modo che tutto rivesta la qualità dell'avventura, che sia bello e provochi sensazioni piacevoli. Un simile ‘ambiente di avventura' sostituisce gli ambienti tradizionali, formati secondo lo stato sociale o la confessione religiosa, e crea nuovi ambienti che derivano più dallo stato, dall'età e, soprattutto, dallo stile di vita e dalla sensazione di vita. Dietro questi sviluppi c'è da parte una sensazione della vita fortemente individualistica, dall'altra parte, nel confronto con gli altri, una tendenza verso l'orientamento e la sicurezza, secondo il motto ‘essere in relazione senza legami'. Riguardo alle generazioni più giovani si parla non di rado di ‘egocentrici bisognosi di appoggiarsi'. Secondo Schulze prevale un ‘ambiente di etnocentrismo' con netto orientamento verso l'interno e con contorni chiusi. Detto più semplicemente: a molti giovani di oggi non importa se essi e altri domani avranno ancora pane e vestiti. Discutono, invece, sul tipo di pane e sui disegni del vestito, sul software e sui veicoli che possiedono o vorrebbero avere. L'esperienza immediata, l'immagine e la sensazione (‘feeling') diventano quasi una ‘religione civile'. La socializzazione non avviene necessariamente secondo i modelli sociali e culturali tradizionali. Secondo le condizioni dell'individualizzazione e della frammentazione si formano, invece, nuovi gruppi e ambienti, p. es. secondo il modello dell'esperienza comune (‘Club dei vacanzieri-safari') e dell'impegno comune nello sport o nei servizi sociali (volontariato). La propria vita viene ancora formata e gestita con valori culturali e religiosi. Pero, ciò non avviene più secondo modelli uniformi e già esistenti, ma ‘à la carte', in modo selettivo e individualistico: un po' di Buddhismo, un po' di New Age, un capitolo dal Nuovo Testamento e un corso di meditazione orientale.

Il problema del postmoderno non è l'assenza della religione, ma la mescolanza di diversi elementi di religioni e il rapido ‘consumo' di questi elementi, quasi nello stile del ‘fast-food'.

Qui appare subito evidente che la nostra Chiesa, con le sue opzioni sulla gestione della vita, non ha più un monopolio in tale contesto.

1.1.4. Patchwork-Identità?

In questo nostro tempo, ormai comunemente detto ‘postmoderno', gli uomini definiscono la loro identità ciò per cui vivere e in cui sperare, non più secondo i grandi modelli, esempi e ‘miti' della tradizione, siano essi la religione, la famiglia, la morale o le carriere professionali. In confronto con la gioventù dell'era moderna con la sua fede essenzialmente intatta nel progresso, la gioventù d'oggi, improntata dalla cultura postmoderna, è scettica, inquieta, senza illusioni e, a differenza della generazione del '68 che era innamorata dell'utopico, addirittura assai realistica. Essa diffida dei grandi ‘miti' del passato come delle promesse che devono formare il futuro. Essa sperimenta sul proprio corpo quanto effimere siano le istituzioni, le strutture familiari, le occupazioni e le promesse degli uomini. Non sa, se riceve un lavoro o un'occupazione, quanto sicuro sia il posto o quanto possa durare una ‘carriera' professionale. Trovare l'identità attraverso un settore tradizionale (professione, famiglia, religione) non è più la regola. Ne deriva la cosiddetta 'Patchwork-Identità' (francese bricolage) che si compone di singole parti e di esperienze parziali e non segue un modello integrale già esistente. Come legittimazione della propria identità non si ha necessariamente bisogno delle ‘grandi autorità onniscienti'. Sbriciolatisi i grandi ideali, mortificate le grandi aspirazioni, non c'è posto per i sogni, non si guarda a largo giro di orizzonte, ma si preferisce arroccarsi nell'immediato: pragmatismo e consumismo divengono le piste segnate su cui muovere i passi dell'esistenza, dalla quale si pretende tutto, subito e con il minor dispendio di energie.

Però, secondo la mia opinione, sarebbe sbagliato negare alle giovani generazioni di oggi la capacità all'impegno, alla solidarietà e alla fedeltà. Però, sta di fatto che la gioventù di oggi ha bisogno di moltissimo spazio per ‘mettere in scena se stessa', per ‘tentare e sbagliare' (‘trial and error') e per un'etica ‘fai da te' (‘do it yourself'). L'avversione contro le grandi istituzioni e contro le grandi e ‘sante' tradizioni, però, non significa, come purtroppo si dice spesso, che nella gioventù postmoderna esista solo il narcisismo e un estremo individualismo: anzi, c'è ancora una grande capacità di impegno, di altruismo e di solidarietà: solo che alla maggioranza bastano alleanze temporanee. Non è diminuita la volontà di impegnarsi, ma la volontà di decidersi in modo vincolante e a lungo termine. Inoltre deve essere salvaguardata la sovranità personale.

Nel contesto di questo fenomeno emergono anche manifestazioni della cosiddetta 'nuova religiosità'. Essa si caratterizza non necessariamente per la ricerca di Dio, quanto per la ricerca di forme religiose che fanno a meno della comunità, separate dal sociale, e che enfatizzano l'individuo e il suo intimismo. In esse, basandosi su elementi affettivo-spiritualizzanti, conta la ricerca di esperienze spiritualistiche individuali del trascendente.

1.1.5. C'è spazio per la speranza?

Ci troviamo nel mezzo di questo fluire degli avvenimenti, con le sue tendenze, le sue contraddizioni e anche le sue grandi aspirazioni e speranze.

A prima vista potrebbe apparire che questo nostro tempo ponga solo problemi e ostacoli insormontabili al nostro desiderio e al nostro impegno di incarnare il vangelo, che propone valori irrinunciabili di solidarietà, di gratuità e di opzioni personali e corporative a lungo termine. Mi pare invece di poter realisticamente affermare che questo tempo offra nuove possibilità per il vangelo, per la Chiesa, specificamente la famiglia francescana e, nel contesto, per la sua componente laicale. Mi piace ricordare a proposito la constatazione di Giovanni Paolo II: "Situazioni nuove, sia ecclesiali, sia sociali, economiche, politiche, culturali, reclamano oggi, con una forza del tutto particolare, l'azione dei fedeli laici" (Cfl 3). Coscienti della nostra ricca tradizione e invitati a rispondere adeguatamente ai segni dei nostri tempi, non dobbiamo avere timore di nuove e audaci iniziative mirate a individuare, con fantasia e creatività, nuovi cammini per nuove situazioni.

Per poter comprendere in quale modo questa affermazione sia realistica, mi pare importante spostare un momento lo sguardo all'altro grande dono che abbiamo ricevuto, che è la modalità francescana di vivere il vangelo.

Vorremmo dare il via a questo secondo movimento della nostra riflessione appropriandoci delle parole con cui santa Chiara inizia il suo Testamento e con le quali vogliamo metterci in sintonia: "Tra gli altri benefici, che abbiamo ricevuto ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali siamo molto tenute a rendere a lui glorioso vive azioni di grazie, grande è quello della nostra vocazione. E quanto più essa è grande e perfetta, tanto maggiormente siamo a lui obbligate. Perciò l'Apostolo ammonisce: Conosci bene la tua vocazione (TestC 2-4, FF 2823).

Guardiamo, dunque alla nostra vocazione, tenendo presente che, io credo, l'impegno alla sequela di Gesù sui passi di Francesco e Chiara non si risolve per noi in una semplice ‘riproduzione'. La nostra esistenza si definisce come una ‘vita nello Spirito', una ‘vita spirituale', e ciò fa sì che la sequela è feconda nell'orizzonte del presente e del futuro. Siamo chiamati perciò a un'esistenza creativa, che è autentica quando vive della memoria. Intendo una ‘memoria' che non sia ridotta a un processo puramente intellettuale, ma che animi le strutture vitali che comportano un carattere celebrativo-sacramentale, un incontro quotidiano con il fondamento della nostra vita, che sia sperimentabile nell'amore di Dio. Soltanto una ‘memoria' di cui sia garante lo Spirito Santo ci dà la possibilità di leggere in maniera attenta e intelligente i segni dei tempi, ci suggerisce le iniziative necessarie, creative e innovative, stimola in noi orientamenti evangelicamente profetici.

1.2. La vocazione francescana

"La regola e la vita dei francescani secolari è questa: osservare il vangelo di nostro Signore Gesù Cristo secondo l'esempio di San Francesco d'Assisi, il quale del Cristo fece l'ispiratore e il centro della sua vita con Dio e con gli uomini. Cristo, dono dell'amore del Padre, è la via a Lui, è la verità nella quale lo Spirito Santo ci introduce, è la vita che egli è venuto a dare in sovrabbondanza" (Regola OFS 4).

Vivere il vangelo nella sequela del Signore nostro Gesù Cristo costituì, per Francesco, il fondamento della sua vocazione e, per noi, l'identità fin dalle origini. In essa si colloca tutto il resto.

Francesco cercò in tutto di conformarsi a Cristo, in una totale consegna al Signore, vissuta e testimoniata scegliendo le condizioni dei piccoli, nella minorità e sottomissione a tutti. Ricordiamo le ‘fragranti parole' che scrive a tutti i fedeli negli ultimi anni della vita, quasi a compendio della sua esperienza. "Mai dobbiamo desiderare di essere sopra gli altri, ma anzi dobbiamo essere servi e soggetti ad ogni umana creatura per amore di Dio" (2 Let. ai fedeli 47, FF 199).

Desideroso di conoscere e attuare la volontà di Dio, Francesco si abbandona all'azione dello Spirito e invita tutti a desiderare prima di tutto "lo Spirito del Signore e la sua santa operazione", spirito che riposa e dimora in coloro che perseverano nella minorità, nella piccolezza come posizione favorevole per servire tutte le creature (Regola bollata 10.10, FF 104; cfr. 2 Lettera ai fedeli 48, FF 200).

1.2.1. L'esperienza contemplativa

Ciò che Francesco viveva e predicava agli altri era quello che contemplava. Per Francesco "contemplare significa avere una visione totale, ‘olistica', gerarchizzata ed equilibrata, di ciò che è in verità, del reale, autentico, quello di Dio, dell'uomo, del mondo e della sua storia" (T. Matura). Al centro del suo sguardo contemplativo c'è il Padre, che ha l'iniziativa della creazione e della redenzione e che non fa' nulla senza il Figlio e lo Spirito.

Rimanendo nella sua medesima lunghezza d'onda, mi sembra che ‘contemplazione' significhi per tutti i cristiani, e non solo per i cosiddetti ‘Ordini contemplativi', la capacità creativa di captare la presenza di Dio e del suo Spirito e di vivere ed operare a partire da essa. Purtroppo, continua a persistere la tendenza a scindere la contemplazione dalla vita cristiana nel mondo, a separare la contemplazione dal contesto storico, e a ritenere la contemplazione come compito degli ‘Ordini contemplativi'. Non c'è nulla di più pericoloso. Tutti i cristiani sono chiamati alla contemplazione e devono vivere in unione permanente con il Signore e devono cercarlo in tutte le cose e in tutti gli uomini, se vogliono poter compiere la loro missione. La vostra Regola vi dà questo orientamento "Come Gesù fu il vero adoratore del Padre, così facciano della preghiera e della contemplazione l'anima del proprio essere e del proprio operare" (Regola OFS 8).

La più sublime e la più bella espressione della contemplazione affonda le radici nella lode, nel ringraziamento, soprattutto nell'Eucaristia, si esprime nel silenzio e nella parola, nella quiete e nel ritmo, nell'oscurità e nella luce. Tuttavia, la dimensione contemplativa non si manifesta solamente nell'orazione e nella liturgia: abbraccia e modella tutta la vita e la storia personale; come vero frutto delle Spirito in noi, è apertura alla presenza ed alla auto-comunicazione di Dio in Gesù Cristo, nel processo della storia come incarnazione permanente ed ambito in cui lo Spirito Santo attua tuttora la sua opera creatrice. La contemplazione cristiana apre tutti i sensi alle bellezze del creato ed anche alle sue profonde contraddizioni; alla gioia in Dio e alle sofferenze degli uomini e del creato. In una parola, l'autentica contemplazione cristiana è orazione, lettura della Scrittura e profonda comprensione della storia, sensibilità per captare i molteplici segni della essenza di Dio, revisione costante del cammino della nostra vita e della nostra fede. Abilita ad avere una visione ‘globale' (creazione, redenzione, glorificazione) e induce sempre ad opere e servizi che possono intendersi come ‘collaborazione' al piano salvifico di Dio. Il teologo francese medievale Giovanni Duns Scoto afferma che, secondo il piano di Dio, le creature sono ‘co-amanti' (condiligentes). Il contemplativo è, per sua natura, creatore.

Su questa esperienza di contemplazione deve poggiare tutta la nostra esistenza: essa costituisce l'asse centrale per la nostra forma di vita.

Nella prossimità tra il Creatore e la creatura, noi auscultiamo la rivelazione di Dio nello ‘specchio' delle creature e nei suoi ‘progetti' e ‘segni' nel seno della storia umana e diveniamo co-protagonisti del suo operare. "Il contemplativo mentre scopre il senso ultimo del mondo, coopera al suo perfezionamento. Entra nel gran gioco del suo Creatore" (Eloi Leclerc). Queste sono dimensioni che la nostra tradizione francescana coltiva nella contemplazione, la quale affina la capacità di rapportarsi al reale, di ‘vederlo'.

Il vedere ci porta a sentirci partecipi del grande ‘concerto' di Dio, creazione e storia unite, in uno scenario meraviglioso, se non privilegiato, della manifestazione amorosa di Dio. L'essere umano è così integrato in tutto il suo essere, anche nelle sue profonde relazioni vitali e affettive. Di conseguenza, è ugualmente unito allo specifico del francescano uno sguardo amoroso, un vivere affettivo, che si traducono in simpatia e cortesia verso tutti gli essere e la natura tutta.

La contemplazione non è una pratica evidente e di facile riuscita; e questo per due motivi. Primo, perché è qualcosa che deve essere coltivato con impegno. Secondo, perché la realtà, da contemplare o che ci serve di supporto per la contemplazione, è fatta di presenza e assenza. E' facile scivolare con frequenza nel puramente periferico e superficiale delle cose. Si rende necessario unire il desiderio della volontà all'impulso dell'intelligenza, coadiuvati dal far silenzio in se stessi in modo che si possa andare al di là dell'epidermico. Così potremo vedere, captare, penetrare e approfondire, entrando con delicatezza e rispetto nell'intimo delle persone, degli esseri, della natura e dei ‘segni dei tempi'.

1.2.2. "Voi siete tutti fratelli"

Nella vita di Francesco, è fondamentale la scoperta di Dio come Padre, poiché determina lo sviluppo successivo del suo itinerario umano e spirituale. Dalla dichiarazione pubblica sulla piazza di Assisi: "Ora non chiamerò più te padre mio Pietro di Bernardone, ma Padre nostro che sei nei cieli", la relazione con il santissimo Padre nostro plasma la coscienza di Francesco e gli fa comprendere che "voi siete tutti fratelli e uno solo è vostro Padre, quello che è nei cieli" (Mt 23,8-9; cfr. Regola non bollata 22,35-36, FF 61). Tutti fratelli e sorelle e tutti dipendenti allo stesso modo dal Padre celeste: è ingiusto, quindi, che esista qualunque forma di oppressione esercitata da essere umani su altri esseri umani. La forma di vita evangelica, alimentata dalla contemplazione, trova in Francesco la sua ragion d'essere nella vita di fraternità. La fraternità, la comunione di fratelli, è costituita dallo Spirito che convoca all'amore e crea l'unità. Lo stesso Spirito che ci fa riconoscere e invocare il Padre con confidenza nella relazione familiare (Rm 8,15), ci fa accogliere l'altro come fratello donato da Dio. La fraternità si apre a tutti gli esseri umani e a tutte le creature; così diventa un segno escatologico e un annuncio della presenza del regno di Dio che cresce in mezzo agli uomini.

La consapevolezza di essere fratelli, figli del Padre celeste, sboccia in una esperienza fondamentale: quella della misericordia. In Francesco è evidente: la conversione, abbracciato poi come forma di vita, matura come dono di misericordia sperimentato nell'incontro con Gesù sofferente nell'abbraccio con i lebbrosi. Francesco usa verso i fratelli lebbrosi la misericordia che il Signore, misericordioso Salvatore (LodAlt 113, FF 261), usa verso di lui in ogni istante. I fratelli, perciò, generati dal grembo di misericordia del Padre, sono suoi veri figli se, a sua immagine e somiglianze e sull'esempio di Gesù, si usano vicendevolmente misericordia. Le immagini care a Francesco del lavarsi i piedi e dell'amarsi e nutrirsi gli uni gli altri come fa una madre verso il suo bambino esprimono con chiarezza e incisività che cosa deve alimentare la qualità della vita delle sorelle e dei fratelli: perdono, tenerezza, rispetto, attenzione, cura, pazienza, servizio disinteressato ...

E la vostra Regola gli fa eco: "Come il Padre vede in ogni uomo i lineamenti del suo Figlio, Primogenito di una moltitudine di fratelli, i francescani secolari accolgano tutti gli uomini con animo umile e cortese, come dono del Signore e immagine di Cristo. Il senso di fraternità li renderà lieti di mettersi alla pari di tutti gli uomini specialmente dei più piccoli, per i quali si sforzeranno di creare condizioni di vita degne di creature redente da Cristo" (Regola OFS 13).

1.2.3. "Andate..."

Francesco vedeva i fratelli come una fraternità di pellegrini e forestieri, pacifici e umili, senza nulla di proprio, che lavorano con fedeltà e devozione. Dall'espressione di Giacomo da Vitry, "il mondo intero è diventato il suo spazioso chiostro", risulta evidente il carattere itinerante di questa fraternità. Il luogo privilegiato dell'evangelizzazione è il mondo nelle sue diverse realtà, inserite in un tempo e in uno spazio determinati. Esiste qui la coscienza dell'universalità del vangelo, e anche dell'interdipendenza di tutti i fratelli e sorelle e con tutta la creazione. Tale itineranza, nel cuore del mondo, conduce all'incontro con i ‘lebbrosi' del proprio tempo. Secondo lo stesso Francesco, questo incontro fa parte del dinamismo costitutivo del conformarsi al modo di essere di Gesù Cristo ed è prova della nostra conversione. Questo incontro sarà coltivato nell'attento ascolto delle necessità dei fratelli e nella disponibilità senza limiti. La carità sarà il suo supporto primo e indispensabile, garantirà la qualità dell'opportuno e necessario dialogo con tutti.

Gli aspetti ricordati sono di per sé costitutivi di una fraternità evangelizzatrice. Per la sua vita e la sua azione, la fraternità si evangelizza e diventa annuncio della buona novella del Signore nostro Gesù Cristo, collabora all'edificazione del regno di Dio sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, diventando testimone con la vita e con l'annuncio. La qualità evangelica della vita diventa elemento decisivo per la reale consistenza dello stesso annuncio. Questo, a su volta, in quanto testimonianza della parola, è anch'esso fondato nella fraternità. Pertanto, se è costitutivo della nostra vocazione evangelizzare con la testimonianza della vita, è egualmente proprio della nostra forma di vita la testimonianza della parola.

Francesco mette bene in evidenza i due aspetti dell'annuncio quando scrive nella Regola no bollata che da una parte i frati "non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani"; dall'altra "quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio" (Regola non bollata 7,8, FF 43).

La Regola vi ricorda di essere "presenti con la testimonianza della propria vita umana ed anche con iniziative coraggiose tanto individuali che comunitarie, nella promozione della giustizia, ed in particolare nel campo della vita pubblica impegnandosi in scelte concrete e coerenti alla fede" e che "messaggeri di perfetta letizia in ogni circostanza, si sforzino di portare agli altri la gioia e la speranza" (Regola OFS 15 e 19).

Di fronte alle sfide e ai segni dei nostri tempi, dunque, questo annuncio si concretizzerà in una testimonianza viva dell'esperienza di Dio e della sua contemplazione. Con sensibilità critica, non si asterrà dalla dovuta e necessaria audacia profetica. Rispettoso e solidale con l'altro e capace di discernimento dei segni del regno di Dio presenti nelle molteplici culture, assumerà la dinamica dell'ascolto e dell'opportuna inculturazione.

Abbiamo ricevuto un grande tesoro, che deve essere sempre di nuovo rivisitato. Da questo dipenderà il futuro della missione che Francesco ha ricevuto e che la Chiesa ci ha affidato e ci riaffida oggi.

O Signore della nostra vita e della nostra storia,
il tuo Spirito ci faccia toccare con mano che l'antica missione,
che in verità tu ci hai affidato,
può ancora trasformare il mondo in questi tempi nuovi.
Il tuo Spirito sia per noi una brezza forte,
ci faccia navigare arditamente
e indirizzi a nuovi orizzonti il nostro cammino.


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