
Omelia all’apertura dell’anno di Santa Elisabetta d’Ungheria
17 novembre 2006
Roma, Basilica di SS Cosma e Damiano
Eccellenze, reverendissimi fratelli nell'ordine sacerdotale, cari fratelli e sorelle in Cristo
1. Oggi inauguriamo l'anno in onore di Santa Elisabetta della dinastia di Árpád, a ottocento anni dalla sua nascita. Onoriamo nella sua persona un'ungherese celebre, nata sul suolo della nostra patria, la quale, appena giunta all’estero, con eroico amore di giovane donna, ha conquistato l'intero mondo cristiano del tempo. Sento una particolare gioia, nel potere oggi aprire le cerimonie internazionali per l’anno di Santa Elisabetta. Come tutto il mondo ha compreso il messaggio della Beata madre Teresa di Calcutta, che proprio verso i più poveri e i più bisognosi ha mostrato all'umanità un segno di immenso amore, allo stesso modo anche Santa Elisabetta fin da giovane ha adottato eroicamente un linguaggio d’amore verso i poveri, quel linguaggio che parla a tutti i paesi e che tutti i popoli comprendono.
2. Il vangelo di oggi contiene il riassunto dell’insegnamento di Gesù riguardo all'eroismo dell'amore cristiano. Quella odierna è quindi una particolare occasione festiva, che ci impone di riflettere sull'esempio di Santa Elisabetta, ovvero su cosa significhi l’amore cristiano. La storia di santa Elisabetta è l'esempio vivente di come questo sia il primo comandamento. Quest’amore non è semplicemente una bella passione, o una generica disponibilità che noi impariamo da Cristo. Nei versetti della scrittura della messa odierna, risuonano parole ben più sconvolgenti. Parole che parlano di amore ai nemici, che ci dicono che non basta essere leali, rispettosi (devoti, o bene educati), giusti, amichevoli con gli altri uomini, ma che bisogna amare gli altri uomini, con la stessa intensità con cui Dio ama noi. E in questa cornice consideriamo il comandamento dell’amore per i nemici nel vangelo di San Luca: Gesù sostiene che dobbiamo amarci gli uni gli altri così come egli ci ama. Ci dice che dobbiamo donare la vita agli altri, così come lui stesso ha fatto. Tutto ciò senza la fede cristiana non sarebbe nemmeno immaginabile. Ma la vita degli altri, dunque, vale più della mia? Perché? Perché devo dare la mia propria vita agli altri? Questo diviene ragionevole solo alla luce del messaggio cristiano. Poiché non parliamo di quanto valga la vita di uno o dell'altro, le azioni dell'uno o dell'altro. Non parliamo del fatto che aiutiamo qualcuno perché è cosa lodevole, ma del fatto che Dio ci ama infinitamente, ci ama prevenientemente, prima ancora della nostra nascita, Dio ci ama in modo misericordioso, è fedele con noi anche quando ci allontaniamo da Lui, ci attende e continua a chiamarci, affinchè ritorniamo da Lui, affinchè possiamo essere veramente felici.
Cristo esige da noi l’amore ai nemici, un amore misericordioso e clemente. Ma in che modo noi possiamo realizzare tutto ciò, in che modo possiamo imitare lo stesso Dio nella carità? Il peccato personale degli uomini non sminuisce Dio, non lo minaccia, non lo può annichilire. Al contrario noi uomini, qui sulla terra, ogni volta che viviamo questo tipo di amore assumiamo un grande rischio, poiché, oltre a sapere di esserne in fin dei conti incapaci, sappiamo che nella spietata competizione di tutti i giorni, chi vuole essere buono, spesso rimane in dietro ed appare svantaggiato. Allora in che modo possiamo veramente amare chiunque con una capacità infinita di pazienza e perdono? Ne siamo capaci da soli? Si può vivere così? Si, ma solo perché la vita terrena non è la totalità della nostra vita, con la morte non termina la nostra vita, perché abbiamo ricevuto una vocazione all’eternità, e anche noi in relazione alla vita eterna, similmente allo stesso Cristo, siamo invulnerabili. Se ci attacchiamo a Lui, se viviamo nella comunione con Lui, allora già qui sulla terra nulla ci potrà nuocere. San Paolo ci ricorda che né miseria o indigenza, né persecuzioni o spada, nulla può nuocere a coloro che vivono nell’amore di Cristo. Anche noi, perciò, dobbiamo affidare la nostra vita totalmente a Dio, e solo con questa certezza, con questa speranza possiamo veramente amare. E allora il nostro amore non sarà calibrato, non sarà minuziosamente misurato, ma assomiglierà al generoso amore di Dio.
3. La figlia del nostro re Andrea II ha mostrato alla storia del mondo, oltre alla santità personale della sua vita, l’esemplare tradizione della stirpe dei santi re della dinastia di Árpád, – come sottolinea la lettera circolare festiva della Conferenza Episcopale Cattolica Ungherese. Fece tutto ciò con la semplicità che lega i santi a Dio. Elisabetta nacque a Sárospatak nel 1207, in terra ungherese. Ancora bambina giunse a Turingia, presso la famiglia del marchese Luigi. Noi ungheresi la sentiamo particolarmente nostra, ma ben sappiamo che ella appartiene a tutta la Chiesa. Cosa ha reso così attraente la sua figura, cos’è ciò che rende anche oggi la sua persona così attuale? Santa Elisabetta fu una mistica tra le più perfette. Visse nell’amore di Dio, attraverso un'esperienza per cui le cose di questo mondo furono per lei strada alla conoscenza del creatore. Come oggi, così anche in quel tempo attorno a lei turbinava la vita mondana, le discordie familiari, gli intrighi, l’ingratitudine, insieme alle gioie terrene. La discendenza regale, la terra natìa, il patrimonio, il potere: nella sua vita tutto questo venne e se ne andò. Elisabetta visse sempre di preghiera e in tutte le circostanze rimase serena. Voleva rendere gioiosi gli uomini. L’irraggiamento del suo amore a Dio e agli uomini ha addolcito i maligni, ha ispirato l’amore profondo verso suo marito, la sua famiglia, i suoi poveri.
4. La giovane Elisabetta e il marchese Luigi si unirono in matrimonio. Un matrimonio sacramentale in unità di anima e corpo che è diventato sorgente di santificazione. A tal punto che quando Elisabetta nella gioia dell’amore giunse ad aprire in tempo di carestia i magazzini regali, il marito, il marchese Luigi, questo rispose agli indispettiti nobili: “permettete che faccia del bene”. L’attrazione divina, fu così intensa che acconsentì al suggerimento ispirato della sua coscienza: che il suo marito partisse a proteggere i luoghi santi della vita e della morte del Signore. Più tardi fu in grado di accettare la notizia della morte del marito con fede e certezza.
L'amore eroico per i poveri e bisognosi da parte di santa Elisabetta rifulse a partire dal sacramento del matrimonio e dall'amore della vera vita familiare cristiana fino a toccare i più lontani. Perciò santa Elisabetta non è solo modello esemplare dell'amore in aiuto del prossimo, ma anche esempio affascinante di amore matrimoniale e materno.
È una domanda particolarmente attuale per noi, come santa Elisabetta abbia saputo vivere il suo ideale di povertà, come fu realizzatrice dell'eccezionale spiritualità di san Francesco. Dalla storia agiografica, sappiamo che nei primi decenni del 13° secolo spesso nella vita dei santi dell'epoca si esemplifica luminosamente, per amore di cristo quale dura, severa e terribile povertà e miseria abbia assunto su di sè. Andando ad Assisi, anche oggi, ad esempio nel monastero di san Damiano, ci colpisce, lo spirito di questa povertà spaventosa ma nello stesso tempo degna di profondo rispetto. Nei racconti più tardi, riguardanti gli stessi santi, spesso già non domina più la grandezza della povertà e la durezza della sofferenza, ma la carità, la preghiera espiatoria rivolta a Dio e emerge il sacrificio assunto per amore del prossimo. Nel caso di santa Elisabetta neanche lo spirito del secolo poteva offuscare lo slancio dell'amore e della letizia, che cominciò a fluire dal suo giovane cuore.
5. Il messaggio della sua vita è straordinariamente attuale anche oggi. Accettare il matrimonio e i figli per amore e con coraggio è una delle più belle forme di santità di vita cristiana autentica. È dovere di tutti rivolgersi con amore premuroso alle famiglie che educano i bambini. Dobbiamo certamente farlo a livello personale, in modo diretto e concreto. Ma è anche nostro dovere fare di tutto perché la società non consideri come un dono o mera elemosina il sostegno alle famiglie e all'educazione dei bambini. Se consideriamo questo semplicemente come un onere gravoso, allora quale è il senso della nostra vita personale e delle nostre comunità? Alla vita umana spetta l'amore e l'aiuto da parte delle altre persone. Non solo i film che ci mostrano i bimbi affamati del terzo mondo ci scuotono. Pensiamo a quando i nostri insegnanti ci raccontano di quanti bambini vengono a scuola senza colazione: questo non può lasciarci indifferenti. Non possiamo lasciare che il risultato di formare una famiglia e accettare dei bimbi sia la povertà
Inoltre dobbiamo aprire i nostri occhi e i nostri cuori ai bisogni dei nostri anziani e malati. Oltre all'aiuto materiale, che è un dovere non solo dei loro parenti, ma dell'intera società, di nuovo da non considerare semplicemente come un peso, bensì come diritto alla dignità della vita umana, dobbiamo aiutarli a far sì che vedano il significato della sofferenza e trovino la strada che porta a Cristo. Perché non è la sofferenza stessa che si oppone alla dignità umana, dal momento che lo stesso Cristo ha chiamato la sua propria croce glorificazione, bensì ciò che si oppone alla nostra dignità è l'assenza di significato, di scopo e di valore. Ed è proprio questo, ciò da cui l'amore di Dio ci ha sottratti. Lui è colui che ci da speranza e futuro.
E il mondo ha un grande bisogno di questa speranza. Ne ha veramente bisogno, perché viviamo in tali tempi storici, in cui intorno a noi la vita diviene sempre più complessa. Oggi non solo è difficile compiere il bene, ma anche solo scorgere nelle complesse e intricate circostanze, apparentemente disperate, quale sia la cosa giusta. Anche nella questione del costante aiuto agli uomini, è necessaria sicura lucidità affinché percepiamo chi è colui che è nel bisogno, chi è colui che siamo veramente in grado di aiutare. Ed è possibile che non dobbiamo cercare lontano, è possibile che sia sufficiente guardarci attorno nelle nostre famiglie e tra i nostri parenti, è possibile che sia sufficiente trovare quei malati ed anziani, che appartengono alla cerchia dei nostri cari, in modo da visitarli, da aiutarli. Ma proprio per questo molte volte l'amore e l'aiuto devono essere indirizzati ai bambini, dal momento che anche loro sono nel bisogno, e sicuramente hanno bisogno dei più grandi, dell'aiuto e dell'amore premuroso degli adulti.
Perché siamo in grado di vivere questo amore generoso lo Spirito Santo aiuti tutti noi, in modo da poter veramente seguire l'esempio di santa Elisabetta, così che l'amore di Cristo veramente rifulga in noi e la speranza risplenda in tutta Europa e nel mondo intero. Amen.